Associazione di volontariato Idra

iscritta al Registro Regionale del Volontariato della Toscana per la promozione e la tutela del patrimonio ambientale e culturale

indirizzo postale:  Via Giano della Bella, 7  -  50124 FIRENZE;  e-mail  idrafir@tin.it

Tel. e fax  055.233.76.65;  Tel.  055.48.03.22, 320.16.18.105

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sede:  Via Vittorio Emanuele II, 135  -  50134 FIRENZE

per il sostegno: conto corrente postale n. 26619502, intestato all'Associazione di volontariato Idra, Via Vittorio Emanuele II 135, 50134 FIRENZE

 

 

Indice

 

Presentazione

 

Stralcio n. 1  -  Di chi è l’acqua?

Stralcio n. 2  -  “Tutti sapevano tutto”

Stralcio n. 3  -  La qualità dei progetti

Stralcio n. 4  -  “Le parti civili non sono patrioti, sono disfattisti”

Stralcio n. 5  -  “Stai attento quando torni a casa, potresti cadere in una buca”

Stralcio n. 6  -  Il subpappaltatore se ne va: il progetto non funziona

Stralcio n. 7  -   Nessuno ha il coraggio di togliere quei cartelli...

Stralcio n. 8 – Le associazioni hanno fatto valere i loro diritti? Sono rimbalzate...

Stralcio n. 9 - "Progresso, modernità? Solo ordinari esercizi di potere ed arroganza"

Stralcio n. 10 - “Mi sembrava l’allenatore Bo?kov: «Rigore è quando arbitro fischia». Qui «danno è quando TAV paga»”.

Stralcio n. 11 – Non è un’autorizzazione, è un “vedremo”. «Vedendo, facendo», dicono in Calabria.

Stralcio n. 12 - Nel nostro Paese i beni pubblici alla fine sono di chi se li prende

Stralcio n. 13 - Qui si riesce nella sintesi, nella summa: male, tempi infiniti. Quindi con tutti i danni e basta.

Stralcio n. 14 – CAVET? Tempi e costi garantiti...

Stralcio n. 15 – Si poteva e ci si doveva fermare

Stralcio n. 16 – L’acqua, un bene sempre più scarso: una prova a difesa o un’aggravante?

Stralcio n. 17 – Geologia creativa: l’abbassamento di falda sarà transitorio...

Stralcio n. 18 - “Un giorno qualunque, in galleria si va a 20 all’ora e con i tergicristalli

Stralcio n. 19 – “Si vorrebbe spiegare ad uno com’è fatta casa sua”

Stralcio n. 20 - “Il solo senso civico in Italia non solo non paga, ma ti ci fa rimettere”

Stralcio n. 21 – “Un progetto che viola uno dei princìpi del Trattato della Comunità Europea”

Stralcio n. 22 - “Io sono sempre senz'acqua. E il contatore gira anche con l'aria.”

Stralcio n. 23 - “I cittadini danneggiati sono stati messi di fronte al fatto compiuto

Stralcio n. 24 – “Le associazioni ambientaliste? Cassandre!”

Stralcio n. 25 – “I Comuni sono stati «un po’ truffati»

Stralcio n. 26 – Danno erariale ipotizzato a carico di Regione Toscana e Ministero dell’Ambiente

 

 

GUAI TAV IN PILLOLE

 

 

Con Idra un appuntamento informativo speciale: la poderosa requisitoria che i Pubblici Ministeri Gianni Tei e Giulio Monferini hanno pronunciato al processo in corso presso il Tribunale di Firenze a carico dei costruttori della TAV fra Firenze e Bologna. Un processo di prima grandezza per quantità di imputati, tipologie di reati contestati, cifre relative ai danni ambientali documentati, proscenio e backstage di protagonisti, comprimari, spalle e comparse. Iniziato il 23 febbraio 2004, dopo anni di indagini e il provvedimento di sequestro di un cantiere, sette cave e otto depositi del 23 giugno 2001, il processo ha ricevuto una copertura mediatica che sarebbe eufemistico definire mediocre. Il volume degli affari e il pedigree degli interessi coinvolti nella “grande opera” spiega senza bisogno di dietrologie questa distrazione di fondo. Entro il 2008 è attesa la sentenza.

 

L’associazione Idra, iscritta al Registro regionale del volontariato della Toscana, che si è costituita parte civile dopo aver portato un proprio contributo documentale al procedimento attraverso esposti e segnalazioni, desidera accompagnare questa fase finale che precede la sentenza con la pubblicazione - a puntate - di stralci della requisitoria che ha evidenziato le precise responsabilità degli imputati  di cui viene chiesta la condanna per i danni ambientali. E' importante infatti che l'opinione pubblica possa avere accesso almeno attraverso internet – se i grandi media rinunciano, come sembrano rinunciare, a garantire piena informazione – ad alcuni passaggi particolarmente pregnanti dell’analisi svolta dall’accusa. Sotto i riflettori del procedimento sono infatti non soltanto somme cospicue del bilancio pubblico nazionale, beni ambientali rari e risorse territoriali preziose, ma anche valori fondanti della nostra democrazia, della nostra stessa civiltà giuridica. Il PM  ha saputo mettere il dito nelle piaghe del modello TAV con grande efficacia comunicativa, e Idra ha considerato che sarebbe davvero un perdita per tutti se i dati, le circostanze, le testimonianze e le argomentazioni che fanno parte della rete di riflessioni da cui il PM deduce le proprie richieste di condanna restassero appannaggio dei soli presenti nell’aula del Tribunale, e dei pochi cultori che volessero accedere a quegli atti.

 

Vengono utilizzati, nel confezionamento degli stralci, i testi delle trascrizioni fornite alle parti civili dalla Cancelleria del Tribunale, integrati e sostituiti - ove appaia necessario o opportuno - dai corrispondenti passaggi della memoria depositata dal PM. Là dove sia utile al lettore, i testi sono accompagnati da integrazioni informative a cura della nostra Associazione in forma di nota ndr. Anche dei titoli e dei grassetti è responsabile l’Associazione. Ancorché non richiesto, ma per una doverosa forma di rispetto nei loro confronti, Idra sostituisce ciascun nome delle parti civili via via menzionate nel testo con una coppia di maiuscole, priva di nesso con le iniziali della parte civile stessa.

 

Buona lettura. E che possa servire a tutti noi a evitarci un futuro del genere!

 

 

Aggiornamento 2.1.’09

 

Questa carrellata di citazioni dalle requisitorie al processo l’abbiamo iniziata il 5 settembre scorso, prevedendo la sentenza entro il 2008.

Ma i tempi del procedimento si sono leggermente allungati.

Del resto, le esperienze riportate dai PM, gli approfondimenti condotti, le analisi svolte, le conclusioni tratte, ci sembrano di tale rilievo per l’intera  nazione da meritare ogni possibile supplemento di attenzione, tenuto conto anche della straordinaria latitanza della maggior parte dei grandi mezzi di informazione al riguardo.

Abbiamo pensato quindi di continuare a proporvi nuovi stralci almeno fino ad esaurire, nelle prossime settimane, i contenuti a nostro avviso più significativi della prima requisitoria.

In attesa, giustappunto, della sentenza.

Buona lettura.

 

 

Aggiornamento 20.2.’09

 

È stata annunciata per il prossimo 3 marzo 2009 la sentenza del Tribunale di Firenze chiamato a pronunciarsi sulle pesanti e circostanziate imputazioni di danno ambientale, e reati connessi, che la Procura di Firenze ha formulato dopo il sequestro di un cantiere, sette cave e otto depositi a servizio della costruzione della linea TAV Firenze-Bologna nel giugno 2001.

Il mega-processo penale è iniziato a febbraio 2004 e si conclude quando ancora la “grande opera” non è terminata. La cantierizzazione della TAV fra Firenze e Bologna era stata avviata a luglio 1996. I “supertreni” avrebbero dovuto sfrecciare fra i due capoluoghi regionali già nel 2003: adesso sono annunciati per dicembre 2009. Da 6,5 a 13 anni: un ritardo nei tempi di consegna di almeno il 100%.

Se mai partiranno, poi, quei convogli viaggeranno per 60 km sottoterra senza il conforto di un tunnel parallelo di sicurezza: in una galleria progettata per i 300 km/h i treni TAV sono destinati a incrociarsi dentro lo stesso tubo di cemento senza vie di fuga fra una “finestra” e l’altra. Ai documenti ufficiali dei Vigili del Fuoco si sono aggiunte recentemente le dichiarazioni degli stessi costruttori (a Exit, La7, il 19 novembre 2008, minuto 29:00): in caso di incidente, deragliamento o collisione, vigerà l'obbligo di esodo in auto-soccorso! In uno scenario che ci possiamo solo immaginare, i contusi, feriti o moribondi dovrebbero raggiungere a piedi da soli, dunque, una discenderia che potrà essere lontana anche due km e mezzo...

I costi? Cresciuti almeno del 400%: da 2100 mld di vecchie lire (annunciati ma mai concretizzati come investimenti privati per una quota del 60%) sono passati a oltre 10.000 integralmente pubblici (ma il dato è molto vecchio, e il sito TAV che dava qualche informazione di massima è stato chiuso da un pezzo). L’Europa ha doverosamente costretto a far emergere nei bilanci pubblici del nostro Paese questo straordinario “buco TAV”, prima accortamente nascosto, accumulatosi all'ombra di un'architettura contrattuale quanto meno discutibile.

Un’opera, la TAV sotto l’Appennino, così “storica” e invidiata dal mondo che per quasi due anni i costruttori hanno dovuto lavorare in Mugello a minare e ricostruire circa duemila metri di galleria appena realizzata... Mai visti i documenti che attestano chi paga anche questo e tutti gli altri ‘imprevisti’. Vista, invece, la Risoluzione dell’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici, che recita testualmente: I maggiori oneri economici dovuti a carenze progettuali evidenziate da imprese terze e attestate da sentenza del giudice ordinario, sono stati sostanzialmente riversati su TAV con la contrattualizzazione di varianti e la definizione di riserve nell‘ambito degli accordi bonari”.

A carico dell’ambiente (uno dei più incontaminati della Regione Toscana, oggetto di tutela speciale per effetto della normativa europea) danni reiterati: impattate 73 sorgenti, 45 pozzi, 5 acquedotti, 20 fiumi, torrenti e fossi. Acque drenate dalle falde: “non meno di 150 milioni di metri cubi di acqua nel territorio della Comunità Montana del Mugello”. Secondo l’accusa, “il danno meramente economico provocato sulle risorse idriche è di oltre 110 milioni di euro” e “il danno ambientale viene individuato nel suo valore più attendibile in misura pari a circa 741 milioni di euro.

 

Prosegue intanto la pubblicazione di stralci della requisitoria dei PM.

 

 

 

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TRIBUNALE DI FIRENZE

SEZIONE MONOCRATICA

 

DOTT. ALESSANDRO NENCINI        Giudice

 

Procedimento penale n. 535/04 R.G.

 

Udienza del 3 aprile 2008

 

 

 

Requisitoria del Pubblico Ministero dott. Gianni Tei

[Stralcio n. 1]

 

 

“DI CHI È, A CHI APPARTIENE L’ACQUA?

LA DOMANDA, NELLA SUA BANALITÀ, HA IMPLICAZIONI ENORMI, PERCHÉ NON È INDIFFERENTE SE SI DICE CHE È DI TUTTI, È DI NESSUNO, È DI CHI SE LA PRENDE”.

 

 

Purtroppo non potrò essere breve, anche a volere: anzi, dopo tre anni di dibattimento e tre anni d’indagine, siamo alla fine di questo impegnativo processo. Solo una premessa: chi mi conosce sa che non sono retorico, non cerco piaggeria o quant’altro. Però [...] proprio perché non è retorica, ed è una cosa sentita,vorrei iniziare con il ringraziamento alle difese ed agli imputati per la correttezza. Spero che siano stati contraccambiati. [...] Abbiamo un dato oggettivo, lo può testimoniare il Giudice, i verbali. [...] È stato possibile celebrare un processo regolarmente, in modo lineare, nel rispetto dei ruoli, ognuno ha fatto il suo, che però di questi tempi mi pare un segno di assoluta civiltà e di cui volevo dare atto. Ripeto, non è retorica.

Detto questo, visto che ci siamo detti che siamo bravi, belli, buoni, cominciamo subito a litigare.

 

C’è un’affermazione che mi ha dato noia, cioè proprio pregiudiziale, che in questo processo è riecheggiata dalle difese: di un processo ideologico. Voglio dire, non c’è nulla contro le ideologie, ma l’ideologia in un processo sì, perché l’ideologia in un processo richiama sempre a tesi preconcette, a teoremi. [...] Mi dà noia l’ideologia perché chiaramente [...] è come se ci fosse un a priori, un essere qualcosa contro qualcuno, e qualcosa a prescindere.

 

E qui chiaramente devo dire qualcosa. E parto da due cose banali.

 

La prima, che non è vero, e sfido chiunque a trovare negli atti di indagine il fatto che la Procura si sia lasciata andare a congetture, idee e quant’altro. Qui si processano persone, fatti, condotte e quant’altro.

 

È all’opposto invece. Rigiro la questione. Non è affatto un processo ideologico, ma un processo che io definisco necessario, proprio nell’accezione letterale del termine. Quella per cui è un processo dovuto, insopprimibile, capace di una forza tale da autoimporsi. Cioè un processo che non si poteva non fare. E perché dico questo? Oltretutto perché una Procura ha una funzione pubblica, è un soggetto [...] investito di una pubblica funzione. Non so quanti chili di prosciutto si sarebbe dovuto mettere sugli occhi per non vedere e non darsi carico di un evento come quello che si stava realizzando nel Mugello. Zona di pregio ambientale, ma dove si stavano verificando tutta una serie di fatti tali da alterare e stravolgere, se non talvolta proprio distruggere, le condizioni di vita preesistenti, non solo di singoli, ma di intere comunità e cittadine. E quindi era necessario, ed a questo punto anche doveroso per la Procura, perché non si poteva esimere dal compito di verificare la verità delle innumerevoli denunce che arrivavano. [...]

 

Necessario e, sotto un certo punto di vista, assolutamente moderno –– nel senso proprio della parola, ovvero di un processo dei nostri giorni - in quanto un processo coerente con la realizzazione di uno Stato a sua volta moderno - questa volta nel senso di ultimo approdo di un processo evolutivo positivo, ovvero di progresso - laddove questo Stato moderno lo si voglia identificare - come crediamo lo si possa fare in modo del tutto condiviso - in uno Stato al tempo stesso efficiente e rispettoso dei diritti dei cittadini, nell’ambito del quale ognuno è chiamato ad assumersi la responsabilità delle proprie competenze e del proprio operato e risponderne di conseguenza, affinché sia esigibile da ciascuno di noi di dare il meglio di sé per il conseguimento del bene comune. Quindi è un processo moderno, perché la verifica di questo comportamento è compito della Procura.

 

E diciamo che è un processo moderno perché destinato a dare risposte che solo nell’anno 1999, quando abbiamo cominciato le indagini, non avrebbero avuto forse l’importanza di oggi. Forse chi aveva più sensibilità già le poteva prevedere, ma [...] oggi [...] sembrano, dopo nove anni, un pochino più evidenti e più eclatanti.

 

La decisione che il Giudice prenderà su questo processo in qualche modo risponderà indirettamente a queste domande. La prima è: di chi è, a chi appartiene l’acqua?

 

La domanda, nella sua banalità, ha implicazioni enormi, perché non è indifferente se si dice che è di tutti, è di nessuno, è di chi se la prende.

 

Dove finisce l’ambito di responsabilità della Pubblica Amministrazione  e dove comincia quello del privato nella gestione dei servizi pubblici e nella realizzazione di opere pubbliche in tempi come questi di  privatizzazioni, caduta dei monopoli, libera concorrenza, mercati unici, ecc. ecc.? Quali sono le regole che si devono correttamente applicare nei rapporti pubblico/privato per discriminare le rispettive responsabilità ? 

Domanda le cui risposte non attengono alla sociologia ma allo stretto diritto, e più precisamente proprio a quello che è, e sempre più sarà, il “diritto amministrativo moderno”.

Non è che noi ora poniamo queste domande per fare una sociologia da strapazzo che non ci compete. No. Noi qui si fa un processo e quindi parleremo solo e soltanto di diritto. Ed è carino perché, proprio a vedere l’evoluzione dei tempi, queste cose di cui andremo a dire sono oggetto di una materia, oggi, proprio all’Università, che ai miei tempi non c’era. [...]. Si chiama “Economia aziendale”. È alla Facoltà di Giurisprudenza. Materia che definisce e studia concetti come “esternalità negative”, la cd. teoria della “cattura”, il concetto di “asimmetria informativa”. Concetti e nozioni indispensabili per essere pienamente consapevoli di cosa ci siamo occupati in questo processo e poter evitare che fatti analoghi si ripetano in futuro.

 

Concetti solo, ora, chiamati per nome, ma che richiameremo e spiegheremo più in dettaglio al momento opportuno.

 

Questa premessa per dire che nessuno nell’Ufficio della Procura della Repubblica di Firenze - e trattasi di affermazione da ritenersi scontata perché non può darsi il contrario - ha ritenuto di potere e dovere sindacare il progetto dell’Alta velocità oggi rinominata più modestamente Alta capacità.

 

Detto questo, e riconfermato dunque il rispetto del principio della separazione dei poteri che preclude la sindacabilità delle scelte operate dalle amministrazioni pubbliche preposte al funzionamento dello Stato, si deve al contempo ribadire che è compito proprio e precipuo della magistratura verificare il rispetto delle norme penali, specialmente laddove è esigibile il massimo della correttezza quale può essere il contesto di una esecuzione di un’opera di primaria importanza per il complessivo buon funzionamento del cd. Sistema Italia. E quindi questo processo è tutto fuori che un’astrazione, è tutto fuori che un a priori, non è per niente qualcosa di ideologico, ma è un processo a persone ben identificate per precipue condotte che hanno cagionato eventi specifici, che è il proprio, che è l’essenza del diritto penale: condotta, elemento soggettivo, evento.

 

 

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TRIBUNALE DI FIRENZE

SEZIONE MONOCRATICA

 

DOTT. ALESSANDRO NENCINI        Giudice

 

Procedimento penale n. 535/04 R.G.

 

Udienza del 3 aprile 2008

 

 

 

Requisitoria del Pubblico Ministero dott. Gianni Tei

[Stralcio n. 2]

 

 

«TUTTI SAPEVANO TUTTO» [...].

L’UFFICIO DI PROCURA NON SI È MAI NASCOSTO IL PROBLEMA SE GLI ODIERNI IMPUTATI SIANO STATI LORO E SOLTANTO LORO I RESPONSABILI DI QUELLO CHE È AVVENUTO. [...]  FU GIÀ DETTO NEL CORSO DELL’UDIENZA PRELIMINARE COME DAL FATTO CHE GLI IMPUTATI FOSSERO NUMERICAMENTE MOLTI NON SI POTESSE DESUMERE NECESSARIAMENTE CHE FOSSERO “TUTTI”, E QUINDI CHE NON VI POTESSERO ESSERE STATI ANCHE ALTRI SOGGETTI CHE AVESSERO CONCORSO NEI FATTI CONTESTATI. ED È CHIARO IL RIFERIMENTO AI SOGGETTI PUBBLICI CHE HANNO GOVERNATO L’APPROVAZIONE DELL’OPERA ED I CONTROLLI IN FASE DI ESECUZIONE”.

 

 

Cominciamo dagli imputati.

Poi ci torneremo, sugli imputati, ma sempre per dare conto.

Perché credo che una Procura, un Pubblico Ministero, quando manda qualcuno a giudizio, tra le varie cose che deve fare, gliene deve rendere conto. Deve spiegare. Poi a sua volta sarebbe carino che l’imputato spiegasse. Però noi rendiamo conto agli imputati perché oggi sono qua e perché sono quelli che abbiamo individuato.

 

Allora, anticipo: gran parte dei soggetti fanno parte del Consorzio CAVET. Gli imputati di fatto sono stati individuati tra i soggetti incaricati della materiale esecuzione dell’opera. Più precisamente sono i soggetti individuati tra quelli che, pur facenti parte di coloro incaricati delle mera esecuzione dell’opera, hanno a loro volta avuto un potere decisorio in materia o una concreta e diretta capacità di incidere su quelle che sono state poi le definitive determinazioni nel corso dell’esecuzione dell’opera stessa o un potere di qualificata responsabilità tecnica nella esecuzione del progetto.

Ricordiamo infatti i soggetti ed i ruoli da questi svolti nell’esecuzione delle tratta Firenze Bologna.

Il soggetto pubblico concedente è Ferrovie dello Stato.

TAV è il soggetto concessionario non avendo le Ferrovie indetto alcuna gara di aggiudicazione né europea ne’ di diritto interno, ma avendo utilizzato il sistema delle concessioni allora vigente.

Ad ITALFERR viene attribuita una non mai bene chiarita “Alta Sorveglianza”.

TAV individua come “General Contractor”, ovverosia come interlocutore contrattuale concessionario dell’opera, FIAT, cui affida la Direzione lavori.

FIAT per l’esecuzione materiale delle opere individua un Consorzio di imprese, denominato CAVET, a sua volta costituito da grandi imprese quali Impregilo, la CMC, la Fiat Engeneering, e gli affida l’esecuzione dell’opera.

 

Chiaramente la domanda a cui si deve rispondere è: perché gli imputati sono stati individuati prettamente, principalmente, anche numericamente, nei soggetti appartenenti al consorzio CAVET incaricato dell’esecuzione dell’opera?

La risposta è semplice. Chi altri? E in ogni caso, sicuramente loro che sono sicuramente gli esecutori materiali dei danni e pertanto devono essere chiamati a rispondere del loro operato.

E’ CAVET che ha redatto il progetto esecutivo.

E’ CAVET cui è stata affidata la realizzazione dell’opera.

CAVET era in prima linea nei cantieri e disponeva di tutti i dati, le informazioni, le risorse tecniche e umane per prevenire e non cagionare i danni procurati e, in estremo subordine, il dovere di attivare gli iter procedurali per conseguire le debite autorizzazioni per fare ciò che ha fatto. Ammesso e non concesso che le avrebbe ottenute.

 

Altro discorso se poi di imputati ce ne dovessero essere altri diversi ed ulteriori a quelli qui chiamati in giudizio.

L’Ufficio di Procura non si è mai nascosta il problema se gli odierni imputati siano stati loro e soltanto loro i responsabili di quello che è avvenuto.

Fu già detto nel corso dell’udienza preliminare come dal fatto che gli imputati fossero numericamente molti non si potesse desumere necessariamente che fossero “tutti”, e quindi che non vi potessero essere stati anche altri soggetti che avessero concorso nei fatti contestati. Ed è chiaro il riferimento ai soggetti pubblici che hanno governato l’approvazione dell’opera ed i controlli in fase di esecuzione. Non siamo ad una festa privata a numero ristretto, ad inviti. Eravamo aperti a qualunque sbocco che avesse un supporto probatorio.

E che la Procura anche durante il corso del dibattimento abbia indagato - nel senso di sondare facendo tutte le domande necessarie a chi si è seduto sul banco come testimone o imputato - se vi fossero altri soggetti ulteriori rispetto agli imputati. e che potessero essere a loro volta individuati come soggetti penalmente responsabili dei fatti contestati, è cosa che è stata fatta pubblicamente - come pubblico è il dibattimento - sotto gli occhi di tutti.

 

La cosa è rimasta così, l’invito non è stato accolto. Ma deve restare fermo il punto che la Procura le domande le ha fatte.

[...]  Il dottor Celico (1), di cui avremo ampia occasione di parlare per la consulenza, fa un riferimento che è interessante, è nell’ultima postilla della sua, e dice: “Tutti sapevano tutto”, intendendo pubblica amministrazione e quant’altro. E l’affermazione è interessante: tutti sapevano tutto.

Allora lo chiediamo a Silva, all’epoca direttore generale di CAVET, non lo chiediamo all’ultimo arrivato. E gli chiediamo: “Scusi, ma questa affermazione che fa il vostro consulente, bene, “tutti sapevano tutto”... ma qualcuno le ha detto che facevate bene a fare quello che facevate? Qualcuno vi ha coperto, vi ha garantito “tutto a posto”, “va bene così”? Ci sono state riunioni in cui sono state determinate, adottate, decisioni di questo tipo?”. E la risposta: “Non ci sono state riunioni di questo tipo”.

 

P.M. DR. TEI – Ascolti un’altra cosa. Adesso cambio argomento. Molto velocemente. Il suo consulente, il vostro consulente, fa un’affermazione anche condivisibile: “Tutti sapevano...”, parlo del problema delle acque. “Tutti sapevano tutto”. Io le domando se quindi ci sono mai state riunioni  [...] , se al suo livello o a altri livelli, le Autorità Pubbliche tipo Regione o quanto altro  [...], sono stati notiziati, e qualcuno con nome e cognome ha detto ‘Sì, va bene così. Continuiamo, andate a diritto’. Questo per il periodo dal ’97 al 2001 [...].

 

IMPUTATO SILVA – Io ho un contratto... ho un contratto dove devo ottemperare a certe prescrizioni. Il mio compito è di ottemperare a tutte le prescrizioni. E questo il CAVET lo ha sempre fatto in tutte le circostanze. L’assistenza tecnica all’osservatorio ambientale per tutte le richieste che ci sono state fatte, noi le abbiamo soddisfatte. Tutti i ritorni di istruzioni, prescrizioni, sono state dal Cavet puntualmente messe in atto. E questo è il ruolo di CAVET…. Che tutti sapevano tutto, cioè non è ri... basta leggersi l’indice della conferenza dei servizi. Se Lei va a vedere solamente l’elenco degli elaborati e vede chi partecipava a questa conferenza dei servizi vede che gli elaborati li recepiscono  [...].

 

P.M. DR. TEI – Sì, siamo d’accordo che qui siamo ante operam.

 

IMPUTATO SILVA – Esattamente. Qui siamo a livello di conferenza dei servizi. Non dimentichi che noi siamo degli esecutori. Quindi sulla base di questa documentazione, di questa prescrizione che mi viene data, eh?, io determino... io determino i tempi di esecuzione e il prezzo contrattuale.

 

P.M. DR. TEI - ...Le domandavo se, per un caso, passando dalla filosofia (che sono la conferenza dei servizi e il contratto) alla storia (che poi sono l’esecuzione dell’opera sul terreno con eventi materiali che si consolidano), se ci sono stati un certo punto di riflessione e riunioni [...]  e qualcuno ha detto ‘Sì, va bene, tutto a posto. A diritto.’?

 

IMPUTATO SILVA – Non ci sono state riunioni di questo tipo.

 

Quindi, visto che il principio cardine per instaurare un processo è quello della disponibilità delle prove e non la astratta elaborazione di mere ipotesi che possono essere anche logiche e plausibili, ad oggi resta il fatto che, in assenza dei necessari supporti probatori e riscontri, le mere congetture sono destinate restare nel nulla di fatto.

E proprio perché abbiamo evitato qualsiasi tipo di congettura i capi di imputazione e gli imputati di questo processo che abbiamo sottoposto al vaglio di questo giudice, sono il più solido approdo finale cui siamo giunti.

D’altra parte nessuno, neppure tra gli odierni imputati, fosse anche solo per discolparsi, ha chiamato in causa altri non presenti in questo processo [...], e ciò né nel corso delle indagini né nel corso del dibattimento.

Gli odierni imputati, poi vedremo come all’esito del dibattimento neppure tutti di loro, sono i soli raggiunti da sicure prove di colpevolezza per i fatti contestati.

 

Certo ci può essere un po’ la sensazione di aver individuato solo gli autori materiali di un reato, ma, come detto, nel processo penale non è dato fare dietrologie.

Se risultasse poi che qualcuno – ma non sapremmo chi - alla fine potrà ritenere di essere stato “graziato” e dovrà e vorrà ringraziare qualcuno, questo qualcuno non sarà certo la Procura, che ha provato a sondare tutto il sondabile. La Procura in dibattimento ha verificato ogni comportamento. Dico questo perché questo dobbiamo dire ai nostri imputati. Di questo dobbiamo rendere conto ai nostri imputati. Ed è per sintesi, perché poi glielo spiegheremo per altre duecento pagine di requisitoria, per cui spero alla fine si saprà perlomeno come mai sono qua.

Se poi qualcun altro ravvisasse altre responsabilità diverse da quelle penali, quali quella politica, amministrativa o altro per il comportamento delle amministrazioni pubbliche vi è da dire che non spetta certo a questa Autorità Giudiziaria di valutare tali tipi di responsabilità.

 

Spetta invece sempre a questa Procura rilevare come vi siano state evidenti differenze tra l’operato delle varie amministrazioni pubbliche, in particolare tra alcune amministrazioni quali la Comunità Montana del Mugello ed alcune amministrazioni Comunali da un lato e quello della Provincia, della Regione Toscana e del Ministero dell’Ambiente dall’altra. Diversità su cui ritorneremo al momento in cui si motiveremo la richiesta di trasmissione degli atti alla Corte dei Conti per danni erariali.

 

 

(1) Dagli atti risulta che il prof. Pietro Bruno Celico è ordinario di Geologia presso l’Università Federico II di Napoli ed è consulente tecnico della difesa.

 

 

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TRIBUNALE DI FIRENZE

SEZIONE MONOCRATICA

 

DOTT. ALESSANDRO NENCINI        Giudice

 

Procedimento penale n. 535/04 R.G.

 

Udienza del 3 aprile 2008

 

 

 

Requisitoria del Pubblico Ministero dott. Gianni Tei

[Stralcio n. 3]

 

 

[...] QUESTO PER DIRE DA SUBITO QUALE POSSA ESSERE IL VALORE CHE SI PUÒ DARE AD AFFERMAZIONI LETTE NEI DOCUMENTI E RISUONATE IN QUESTA AULA, ANCHE DA PUBBLICI AMMINISTRATORI, QUALI “OPERA GRANDIOSA REALIZZATA DAI MIGLIORI SPECIALISTI E TECNICI”, “TECNICHE INNOVATIVE A LIVELLO MONDALE”, “UN’OPERA DI PRIMARIA IMPORTANZA”, “ABBIAMO LE MIGLIORI PROFESSIONALITÀ”. CHIUNQUE VORRÀ USARE QUESTI ARGOMENTI DOVREBBE PRIMA SPIEGARE PERCHÉ IN QUESTA OPERA PUBBLICA (PURTROPPO CERTO NON L’UNICA) L’INDICAZIONE E FISSAZIONE DEI TEMPI E DEI COSTI DI REALIZZAZIONE ABBIANO AVUTO UNA AFFIDABILITÀ PARI A QUELLA DELLA LETTURA DI UN MAZZO DI TAROCCHI DA PARTE DI UNA CARTOMANTE”.

 

 

L’opera pubblica relativa al quadruplicamento ferroviario veloce della tratta Bologna-Firenze è stata approvata in conferenza dei servizi in data 28.7.’95.

Però si parte nel ’92.

Nel ’92 cominciano a girare questi fogli, perché sono poco più che fogli, ed approdano ad uno Studio di Impatto Ambientale. [...] Già nel 1992 si rilevano i prodromi di quella che sarà la caratteristica degli studi e degli elaborati di quest’opera o, meglio degli studi che alla fine saranno destinati ad avere la meglio su altri. Vinceranno sempre e comunque i peggiori, quelli più tirati via, quelli tendenti a minimizzare i danni, gli impatti, a nascondere quella che risulterà invece la vera realtà dei fatti.

E non si pensi che sia una valutazione: è un fatto circostanziato.

Questa storia infatti, come detto, comincia nel 1992 con il SIA, Studio di impatto ambientale [...]. Siamo nel 2008. Dopo sedici anni deve essere finita, figuriamoci! Però ha una caratteristica: nasce subito da una logica vecchia, nel ’92 (e poi vedremo come la cosa purtroppo non è migliorata): si limita ad una valutazione del paesaggio come “paesaggio cartolina”. Esteriore aspetto dell’ambiente. [...] Ecco perché sembrava una grande idea fare quasi tutto il tracciato in galleria.

Con questo non si vuol dire che ora si vuol disconoscere la rilevanza di salvaguardare l’esteriore aspetto del territorio perché ci interessa l’acqua. Diciamo ovviamente una cosa diversa. Diciamo che il rispetto del paesaggio come immagine, come tutela del panorama, lo vorremmo ormai poter dare come concetto pacifico ed acquisito, anche se acquisito non è, visto quante e tante volte viene leso.  Riteniamo però che dovrebbe essere solo una prima approssimazione al risultato finale, se l’obiettivo è quello di conseguire il risultato migliore possibile. In altre parole: va benissimo che una ferrovia passi in galleria per salvaguardare il paesaggio, ma subito dopo ci saremmo aspettati che chi è preposto a decidere si ponga poi la domanda di cosa succede, e di quali possano essere i problemi che possono sorgere, nel fare un buco lungo 70 chilometri nella montagna.

Così non fu. O lo fu solo in parte. E comunque non è stato mai esplicitato nella sua pienezza.

 

Il progetto che venne presentato agli uffici regionali diretti dalla dr.ssa Sargentini per il parere necessario al SIA (Studio di Impatto Ambientale) era caratterizzato soprattutto da genericità.

Lo dice la teste dr.ssa Sargentini della Regione Toscana.

Sargentini: “Cosa intendo con questo? La genericità era data dal fatto che venivano riportate per alcuni aspetti valutazioni assolutamente... come dire, di principio, che non erano poi contestualizzate, rispetto al territorio. Dove venivano riportati i dati - e questo è riferibile in particolare alla questione pozzi, sorgenti, eccetera - c'era una sorta d'inventario, ma, come dire, erano i dati più o meno conosciuti per qualche motivo, rimessi insieme. E non c'era, a nostro avviso, uno sforzo di omogeneizzazione di questi dati e quindi poi di interpretazione e valutazione complessiva. [...] Noi si riteneva che non fosse assolutamente da sottovalutare la possibile interferenza con acquiferi anche profondi e che nessuno di noi ovviamente poteva dare una certezza di questo, ma che comunque dovevano essere approfondite le indagini, dovevano essere previste analisi specifiche per rendere, per contestualizzare una serie di affermazioni che prese da sole...”.

Quindi non solo necessità sin da subito di approfondimenti, ma subito con la tendenza - che rimarrà una ostante - alla minimizzazione degli impatti e dei danni.

Prosegue infatti la Sargentini: “Io ho un ricordo, ora non saprei se preciso su tutto, ma che in generale si tendeva a dire che gli eventuali impatti, laddove ci fossero stati, sarebbero stati reversibili”

Pubblico Ministero: "Quindi, mi corregga... Allora, reversibili?”.

Teste Sargentini Maria: “Reversibili. Cioè, è chiaro che se io faccio un intervento in un territorio e c'ho comunque un impatto momentaneo, è possibile che a seguito della realizzazione di un manufatto o di un'opera, come dire, passato un certo tempo, si ripristini la condizione pre... ante operam”.

Pubblico Ministero: “Quindi, praticamente collegato all'esecuzione di lavoro: ho un rubinetto, lo chiudo perché devo passare, come sono passato lo posso riaprire?”.

Teste Sargentini Maria: “Sì. Ecco, un po' era questa la sensazione che veniva, che tutto è reversibile. L'altro aspetto che secondo noi era rilevante (questo me lo ricordo molto bene, perché è stato uno dei primi progetti complessi che si sono analizzati) è che tutte le valutazioni che c'erano nel SIA tendevano a dare risposte nella fase a regime, cioè a cantieri finiti. Ora qui si era di fronte ad un'opera in cui la cantierizzazione sarebbe stata lunga e imponente in termini di territorio. Perché non era una cantierizzazione del tipo “faccio passare un piccolo mezzo”. Ci sono campi base, ci sono le viabilità d'accesso, ci sono tutta una serie di questioni tecniche connesse alla complessità dell'opera principale. Ma la stessa opera [...] ha i cunicoli d'accesso, per esempio. Per cui una cosa che si evidenziava è che per la fase di cantiere non si diceva niente. Mentre, a detta mia e del mio ufficio, la fase di cantiere [...] poteva presentare e avrebbe presentato sicuramente una serie di impatti anche sul versante della risorsa idrica, assolutamente da non sottovalutare”. [...]

Un’altra cosa si ricorda la Sargentini, il difetto di individuazione di opere di mitigazione.

Teste Sargentini Maria: “Uno ragiona sulla base dei dati che ha. Quindi, reversibile o non reversibile, il dato di fatto era: l'impatto ci può essere e ci può essere anche in fase di cantiere. E l'altro aspetto è: se impatto ci può essere, è necessario prevedere gli interventi di mitigazione anche... cioè, sotto vari profili. Ma in particolare, per esempio, si sta ragionando di risorsa idrica: se viene impattata una risorsa che è anche fonte di alimentazione per un acquedotto, che questo avvenga a regime, o che avvenga in fase di cantiere, è assolutamente indifferente rispetto all'esigenza di garantire comunque fornitura idrica”. [...]

In conclusione, progetti ed elaborati [...] generici, superficiali.

Pubblico Ministero: “Ho capito. Però, mi corregga se sbaglio. Se ho capito bene lei dice: una parte generale quasi sovrammettibile a una parte specifica”.

Teste Sargentini Maria: “Sì. Non c'era differenza, sostanzialmente.... Il fatto che fossero dati conosciuti, di per sé, qualitativamente non dà risposte... Il problema è che non c'era una contestualizzazione. Cioè, io posso prendere i dati che conosco, poi rielaborarli e motivare perché quel dato, rispetto a quel territorio, lo interpreto in un certo modo. Quindi, secondo noi, mancava la fase di interpretazione. E ovviamente anche di implementazione di questi dati”. [...]

Ricordiamocelo. Elaborati generici rispetto alla realtà del territorio, mancata esecuzione di un adeguato monitoraggio ante operam, mancata previsione di opere di mitigazione.

 

Purtroppo eravamo nel ’92 e lì siamo di fatto rimasti anche dopo.   

Il parere della Regione viene trasfuso nel Parere Commissione VIA con prescrizioni n. 72 del 27/11/92. [...]

Arriviamo all’approvazione del progetto nel ’95.

Quindi, prima della Conferenza dei Servizi si riparte. Abbiamo questo parere SIA generico, e [...] ora passiamo ad un progetto esecutivo. E quindi viene ricostituito il gruppo in Regione, che ha fra le altre competenze quella di verificare se le prescrizioni date nel ’92 fossero state rispettate o meno. Quindi la Sargentini ricostituisce il gruppo. E vengono interpellati per un parere analogo, oltre a valutare il tracciato al netto del Nodo di Firenze e con il nuovo tratto Vaglia-Paterno.

Teste Sargentini Maria: “Per quello che ricordo sulla parte idrogeologica qualcosa in più veniva detto, ma rimanevano ancora molte perplessità e restavano perplessità per le quali si chiedeva che ci fossero integrazioni, che ci fossero... cioè, come dire, si dà un parere, no? Quindi si dice: è necessario che venga integrato tutto questo profilo, questo, quest'altro. Perplessità forti rimanevano rispetto alla considerazione della fase di cantiere, e quindi alla necessità di messa in opera... Ecco, ricordo questo: che, rispetto a possibili impatti, ancora una volta si rimandava, cioè, il tutto veniva rimandato... veniva detto che tutto poteva essere mitigato in maniera sufficiente con interventi che sarebbero stati previsti in base al monitoraggio. E quindi tutto veniva rimandato a un possibile piano di monitoraggio. [...] Si rimandava nel senso che veniva detto: dov'è possibile un impatto - e ancora si rileva, se non mi ricordo male, nel mio parere il fatto che comunque c'è bisogno di ulteriori informazioni - dov'è possibile un impatto, interverremo con idonee misure di mitigazione. Le idonee misure le definiremo sulla base del monitoraggio. Questo era il concetto... [...] Nel nostro caso c'era una indicazione generica di possibili impatti”.

Pubblico Ministero: ”Generica vuol dire senza nomi? vuol dire su tutta la tratta?”.

Teste Sargentini Maria: “Allora, in generale il ragionamento era che gli impatti sulle risorse idriche venivano espressi in termini di possibili impatti sulle forniture acquedottistiche. questo era l'elemento... cioè, sulle forniture di approvvigionamento. Non c'è un ragionamento di impatto sulla risorsa in termini fisici, e comunque gli impatti vengono in generale trattati come impatti reversibili. C'era un altro elemento che era anche nella relazione che si rese all'epoca, che era quello: cioè, di fronte alla possibilità di impatti in un sistema acquifero che aveva in gran parte la caratteristica di un sistema per permeabilità secondaria, cioè per fratturazione, anche l'area di monitoraggio che doveva essere... che doveva essere prevista a garanzia di questo, non ci sembrava sufficiente quella che era stata prevista nei documenti presentati. Perché l'area di monitoraggio va estesa in funzione dei punti fisici che, come dire, che possono essere in relazione per quei processi. E non tanto geometricamente”.

Insomma per la Sargentini nel ’94-’95, nonostante le prescrizioni, “c'è una continuità con il '92”.

Si rimanda ad un monitoraggio che si farà. Per le opere di mitigazione si dice che si farà quel che risulterà che ci sarà da fare. Per la fascia a rischio di impatto, indicazioni generiche, astratte. Basate su modelli e simmetrie avulse da ogni contesto. La Sargentini dice: “Sì, c’era un maggior dettaglio nell’opera, ma dal punto di vista delle valutazioni di carattere idrogeologico, le differenze non erano così enormi e rimangono - dice lei – ancora una serie di perplessità”.

Eppure questa volta siamo in presenza di un progetto esecutivo. Con quello si va a costruire. Eppure...

 

In termini sempre critici si era già espresso Micheli (1).

Micheli ce l’ho un po’ a cuore perché chi avrà voglia di leggersi il parere di Micheli del 23 gennaio ’95, delle due l’una: o lo fanno Premio Nobel e quegli altri li mandano a fare altri lavori, o se no non si capisce. Viene sentito Micheli. Micheli il 23 gennaio prende la sua pennina, scrive e ritrova tutto quello di cui dopo tredici anni stiamo parlando noi.

Pubblico Ministero: “Faccio riferimento al documento da lei redatto in data 23 gennaio '95. In particolare è quello che ha riferimento alla relazione istruttoria sull'Alta Velocità relativa alla variante Mugello-Carza-Terzolle. Ecco, se vuole raccontare al Giudice qual è il tratto interessato, quali erano i documenti a lei rappresentati, le valutazioni che ha espresso in relazione a quanto le era stato sottoposto”.

Teste Micheli Luigi: [...] È risaputo che  [...] il modo migliore per prelevare l'acqua da sotto terra è quella di fare una galleria, in Toscana ne abbiamo molti esempi. Ecco, questo aspetto non veniva affrontato in modo adeguato. Ripeto, c'era dal punto di vista della carta, ad esempio, idrogeologica, c'era solo una fascia di due chilometri in superficie, rispetto al tracciato. E venivano fatte delle considerazioni... in alcuni elaborati descrittivi c'erano, venivano ipotizzate delle possibilità di intercettazioni delle falde acquifere; ma non venivano poi, in sede di conclusione, considerati gli impatti dell'opera sulle falde, il possibile abbassamento... Praticamente veniva trascurato questo aspetto”.

 

Quindi, per quello che ci interessa ora: superficialità. Ma c’è un elemento in più. Questa volta nel ’95 alla superficialità si accompagna un elemento nuovo, che è quello della fretta. C’è una scadenza: 27 luglio 1995. Bisogna approvare questo progetto. Senza dilungarci in commenti o valutazioni, e rimanendo solo su una base rigorosamente oggettiva, ciò che si può rilevare è come nella primavera-estate del 1995 siano maturate le condizioni politico-economiche per cui si è ritenuto di dover chiudere in tempi rapidissimi la conferenza dei servizi per l’approvazione dell’opera.

Lo testimoniano tutti i tecnici che sono stati chiamati ad esprimere i pareri per le loro Amministrazioni. Basta andare a rileggersi le testimonianze di Micheli e della Sargentini che affermano come, a ridosso della conferenza dei servizi già fissata, la documentazione arrivasse a getto continuo e come i tempi loro assegnati per l’esame della stessa fossero ristrettissimi.

La Sargentini esprime il suo parere in data 13 luglio ‘95 e dice: “Mah, insomma, i documenti arrivavano, addirittura il 13 luglio non erano ancora arrivati tutti, perché fra l’altro c’era scritto nella lettera di trasmissione...”.

Per cui lei si cautela e fa una postilla, dice: “Io faccio il parere il 13 luglio, ma mi hanno detto che mi devono portare ancora dei fogli, ma siccome bisogna chiudere...”.

Pubblico Ministero: ”Ma c’era un po’ di pressione?”

Sargentini: “C’era una Conferenza convocata e quindi c’era da mandare un parere”..

Pubblico Ministero: “Bene, chi c'è c'è, bisogna per il 28...”.

Teste Sargentini Maria: “Sì, per quello che c'era, si rimetteva un parere”.

Gli uffici regionali sono stati messi in queste condizioni di lavorare. [...] C’è la Conferenza il 28, bastava che ci fosse un parere, pare a questo punto più o meno qualunque. Cosa dicessero questi pareri, si guarderà, bisognava chiudere.

Conferma di ciò la dà anche chi ha partecipato personalmente e fisicamente alla conferenza dei servizi.

È sufficiente riandare a ciò che ha detto il sindaco Mascherini di Firenzuola davanti alla VI Commissione Regionale nel 2000. Concetti che, di fatto, ha ribadito in quest’aula: "In conferenza dei servizi nel luglio del 1995 a me è sembrato che il comportamento della Regione fosse più teso a sbloccare e a iniziare i lavori più che a verificare e a chiedere che cosa la realizzazione di quest’opera avrebbe comportato in riferimento all'impatto ambientale e sociale che questa opera avrebbe portato nel territorio rispetto alla qualità del progetto che lì andavamo ad approvare, rispetto alla qualità degli studi di impatto ambientale che in quella sede furono portati ed approvati”.

 

E questo qui è un dato che poi abbiamo riscontrato nel processo. Da una lettura degli atti, dire ‘impressione’ è minimizzante, perché, direi, è un fatto. Quello che si comprende è che viene approvata la volontà di realizzare questo opera e non il dettaglio. Si approva una tratta di 78 chilometri di cui 70 in galleria, ma il dettaglio di essa si rimanda. Perché dico questo? Lo dicono quegli stessi che lo approvano. Già da una mera delibazione degli atti era possibile rilevare eclatanti insufficienze nel procedimento di valutazione degli impatti ambientali, in particolare di quello idrogeologico. Abbiamo un progetto esecutivo che però di fatto è poco esecutivo. I tecnici della Regione ci dicono che nel ’95 siamo ancora a livello del ’92. Praticamente nel ’95 eravamo ancora al livello del 1992 e di fatto nulla era stato fatto per ottemperare alla prescrizioni imposte dal SIA di quell’anno. Che il progetto esecutivo portato in Conferenza dei Servizi fosse di fatto “poco esecutivo” è evidente sol che si pensi che erano esclusi alcuni “piccoli dettagli” quali i nodi di Bologna e di Firenze ed il tracciato finale della linea verso Firenze non essendo stato ancora deciso se passare per la valle del Terzolle o da Castello.

Le circostanze che hanno accompagnato, nei mesi successivi alla chiusura della Conferenza dei servizi, l'avanzamento dell'opera ivi approvata suffragano ampiamente le valutazioni negative di quelli che già ritenevano inidonei gli elaborati a suo tempo esaminati.

L'attraversamento del nodo ferroviario fiorentino è stato approvato solo successivamente e parzialmente, ed è ancora oggi oggetto di trattative sia per le modalità esecutive che per l’individuazione dei finanziamenti, e ciò nonostante il patto siglato tra Regione Toscana, Provincia di Firenze, Ferrovie dello Stato e TAV S.p.A. il 27.7.'95 prevedesse l'impegno da parte dell'Amministrazione Comunale di Firenze "a comunicare, congiuntamente all'Ente Regione, entro l'inizio di ottobre" (del 1995: ndr) "la propria scelta di massima" e nonostante che al punto 9) del citato "Accordo preliminare" i soggetti che lo siglarono concordassero (in data 27.7.'95) "su una precisa, sollecita e garantita definizione di tutti i tempi del complesso degli interventi sul nodo fiorentino, modulata sull'urgenza della razionalizzazione di tutte le infrastrutture cittadine in vista del Giubileo del 2000".

Siamo nel 2008. Il Giubileo è stato otto anni fa.

Quindi abbiamo una fretta, vogliamo dire col senno di poi (ma col senno di poi sono tutti bravi), degna di miglior causa? Non c’era tempo? Forse questa fretta ha portato risultati? No. Quindi, patto clamorosamente sconfessato dagli stessi soggetti che l’hanno sottoscritto.

E per capire quanto sia vero tutto questo oggi sfido a trovare chi ci possa dire con certezza come e quando questa opera sarà completata e funzionante.

Se solo si pensa che ancora oggi non è cominciato né il sottoattraversamento di Firenze, né la nuova stazione ... Stiamo ancora discutendo di dove il tracciato passerà, di quali immobili corrono rischi di stabilità e quali no. [...] E i  soldi? Ci sono?  Sì, no, forse…

E qui abbiamo sentito l’ingegner Polazzo, TAV. Al quale abbiamo fatto alcune domandine. [...] Gli abbiamo chiesto se si sa quanto costerà questa opera, e quando l’opera sarà davvero e, ripetiamo, davvero funzionante. E soprattutto se qualcuno crede alle date indicate. Prima si è detto 2003, poi 2006, poi 2009, ora siamo al 2010 al netto del sottoattraversamento di Firenze. In concreto chissà quando. Costi? Originariamente 5.800 miliardi di lire senza il nodo di Firenze, ed ora siamo già a 4,8 miliardi di euro con le riserve da definire, di cui una cosiddetta “cautelativa” di uno o due miliardi di euro, secondo come va questo processo.

 

Allora, perché dico questi fatti? Non sono numeri e dati fine a se stessi. Questo per dire da subito quale possa essere il valore che si può dare ad affermazioni lette nei documenti e risuonate in questa aula, anche da pubblici amministratori, quali “opera grandiosa realizzata dai migliori specialisti e tecnici”, “tecniche innovative a livello mondale”, “un’opera di primaria importanza”, “abbiamo le migliori professionalità”. Anche da pubblici amministratori. Chiunque vorrà usare questi argomenti dovrebbe prima spiegare perché in questa opera pubblica (purtroppo certo non l’unica) l’indicazione e fissazione dei tempi e dei costi di realizzazione abbiano avuto una affidabilità pari a quella della lettura di un mazzo di tarocchi da parte di una cartomante.

Mi sbaglierò, ma se qualcuno mi dice che quest’opera è stata fatta al più alto livello possibile delle capacità tecniche e professionali disponibili in Italia, mi aspetto che si cominci a rispettare l’ABC di ogni opera, l’ABC di quanto ogni committente avveduto chiede al suo artigiano, fosse anche per ristrutturare il bagno di casa.  All’idraulico si chiede quanto costa e quanto tempo ci mette.  E se l’idraulico non rispetta né l’uno, né l’altro, sono litigi e discussioni a non finire e, soprattutto, non lo si paga subito e per l’intero come se nulla fosse successo o, addirittura, gli si anticipano al suo posto i pagamenti per i danni commessi a terzi. Non si fanno “addendum” in favore degli altri condomini per i danni prodotti dal nostro idraulico.

Nel nostro caso è successo anche di questo. Con l’addendum TAV [...] e Ministero dell’Ambiente senza batter ciglio tirano fuori 52 milioni di euro per riparare ai danni dell’opera. Sentito il dr. Ingravalle, responsabile TAV, sul perché TAV, che è il committente, si sia assunta tale onere invece che scaricare le responsabilità e caricare le spese o sul progettista, se il progetto era stato fatto male, o sull’esecutore, se era sbagliata l’esecuzione, dice: “Per un impegno morale”. Si diventa signori. Con i soldi pubblici si diventa signori. Vorremmo vedere quale privato, quale società, quale multinazionale, sentisse di avere impegni morali con eventuali terzi danneggiati da opere progettate da asseriti illustri professionisti ed eseguite da imprese di assoluto rilievo nazionale. Solo quando i soldi sono pubblici, si diventa signorili e ci si assumono spontaneamente onerosi “impegni morali”.

 

Ma torniamo a noi.

Quindi, nel luglio 1995, in conferenza dei servizi si approva perché si doveva approvare. Ma cosa si approva? Tutto e nulla, a seconda da che parte la si voglia guardare. Tutto, se si pensa alla volontà di realizzare a qualsiasi costo la tratta Firenze-Bologna. Poco o nulla, se si va al particolare.

Ripetiamo: qui non si intende assolutamente sindacare la decisione di realizzare l’opera (...). Il problema non è “cosa si è deciso di fare”, ma “come è stato fatto ciò che si è deciso di fare” e, soprattutto, se poteva essere fatto così.

 

 

(1) Il dr. Luigi Micheli è geologo alla Regione Toscana.

 

 

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TRIBUNALE DI FIRENZE

SEZIONE MONOCRATICA

 

DOTT. ALESSANDRO NENCINI        Giudice

 

Procedimento penale n. 535/04 R.G.

 

Udienza del 3 aprile 2008

 

 

 

Requisitoria del Pubblico Ministero dott. Gianni Tei

[Stralcio n. 4]

 

 

 “QUESTA OPERA È STATA APPROVATA CON UNA LOGICA VECCHIA: SI FA QUELLO CHE SI DEVE FARE E POI I COSTI CADRANNO SU CHI, SU CHISSÀ QUANDO, CHISSÀ PER QUANTO, NON CI INTERESSANO: ANDIAMO AVANTI ED A DIRITTO COMUNQUE. [...] LE PERSONE OFFESE, LE PARTI CIVILI OGGI, INSOMMA, NON SONO PATRIOTI, SONO DISFATTISTI. SONO QUA PERCHÉ SONO DISFATTISTI. PERCHÉ SE SI SACRIFICASSERO PER IL PAESE, STAVANO A CASA LORO TENENDOSI CIÒ CHE ERA SUCCESSO”.

 

 

A noi qui interessa solo e soltanto vedere come è stato realizzato ciò che è stato realizzato e se così si poteva fare. E la nostra verifica è puntuale, doverosa.

[...] Già nel ’98 [...], 16 settembre ’98 ore 15.00, quindi dieci anni fa, si impattano le sorgenti di Castelvecchio, che servono un acquedotto con un ristorante, famiglie, e quant’altro. È stato approvato un progetto nel quale, per espressa testimonianza del presidente dell’Osservatorio Ambientale Nazionale (OAN), Trezzini, nella riunione del 16.9.98 ore 15.00 presso il Comune di Firenzuola [...] per l’impatto di Castelvecchio, alla presenza di Castellani, Belloni, Calcerano e Bertoldi per CAVET, Vallino per Fiat Engineering ed arch. Biagi (1) per la Regione, risultava che:

-        andava previsto l’accaduto e la previsione è risultata errata;

-        andava fatto il monitoraggio che invece non era stato fatto (ed uno si potrebbe già ricordare Micheli che l’aveva detto tre anni prima).

Inoltre Cavet, sempre per Trezzini e l’OAN:

-        non avrebbe dovuto fare il rivestimento della galleria come se non fossero accadute le interferenze accertate;

-        doveva far prima i rimedi alternativi;

-        doveva prendere atto del fallimento del modello matematico;

-        doveva fornire in tempo reale i dati del monitoraggio e non dopo mesi.

Io direi un bel macigno, questo. 1998.

Quindi già dal 1998 per lo stesso Osservatorio Ambientale Nazionale (ma già dal 1995 per altri, come ad esempio per Micheli) erano sul tavolo chiare e precise tutte le questioni in gioco.

 

Pertanto tutti i danni successivi a quella data sono semplicemente certi, accettati e, quindi, voluti.

 

[...] È interessante la progressione dei fatti, perché ci dà conto della consapevolezza, ci dà conto della pervicacia, ci dà conto di tanti elementi per cui la storia ha il suo peso [...]. E quindi partiamo dal ’98.

 

LA CRONOLOGIA DELLA REALIZZAZIONE DELL’OPERA

Riportiamo per sintesi, in ordine cronologico, la successione degli eventi più significativi che si sono verificati fino ad oggi nel corso dei lavori per la realizzazione della Ferrovia AV.

 

I lavori per la realizzazione dell’opera iniziarono nel 1996 con l’impianto dei cantieri.

 

GALLERIA RATICOSA

-        Maggio 1998 (ante): viene realizzata la finestra Castelvecchio

-        Maggio 1998: inizia lo scavo della galleria nel tratto dalla finestra Castelvecchio verso nord

-        Giugno 1998: inizia lo scavo della galleria nel tratto dalla finestra Castelvecchio verso sud

-        Estate 1998: si verifica il grave impatto sulla sorgente Castelvecchio, che alimentava l’acquedotto della frazione

-        Ottobre 2002: inizia lo scavo della galleria da alveo Diaterna verso Bologna, e si conclude nel luglio 2004 con il ricongiungimento con il tratto scavato dalla finestra Castelvecchio.

 

GALLERIA SCHEGGIANICO

-        Maggio 1998: inizio dello scavo da finestra Brentana

-        Marzo 1999: inizio dello scavo da finestra Brenzone

-        Maggio 1999: termine dello scavo.

GALLERIA FIRENZUOLA

-        Gennaio 1997: inizia lo scavo della finestra S. Giorgio

-        Febbraio 1997: inizia lo scavo della finestra Rovigo

-        Primavera 1997: primo impatto a carico della sorgente Ca’ di Sotto, in prossimità dell’imbocco della finestra Rovigo

-        Ottobre 1997: la quota della galleria di linea viene raggiunta da finestra S. Giorgio; lo scavo procede verso Bologna e Firenze

-        Dicembre 1997: la quota della galleria di linea viene raggiunta da finestra Rovigo; lo scavo procede verso Firenze e Bologna

-        Maggio 1998: inizia lo scavo da finestra Rovigo verso Firenze

-        Giugno 1998: inizia lo scavo da finestra Rovigo verso Bologna

-        Primavera 1998: si verifica un fenomeno di subsidenza in località “Il Grillo” presso S. Giorgio (Comune di Borgo San Lorenzo); si rende necessaria l’esecuzione di un campo pozzi per abbassare il livello della falda e consentire l’avanzamento; qualche giorno dopo si verifica uno sprofondamento localizzato a circa 70 m a est dell’asse della galleria

-        Marzo 1998: inizia lo scavo della finestra Marzano

-        Maggio 1998: inizia lo scavo della finestra Osteto

-        Luglio 1998: inizia lo scavo dall’ imbocco nord (Camerone di S. Pellegrino)

-        25 Aprile ’99: la sorgente Marzano è la prima ad essere impattata nella zona (primo semestre 1999); il tratto verso nord provoca il primo forte e significativo impatto a carico della galleria Firenzuola. Il giorno 25/4/99 nel corso del realizzazione della finestra S. Giorgio, durante una sosta delle operazioni di scavo del fronte, a circa 2 m dalla base del fronte di scavo, in prossimità del piedritto destro, si manifestava una concentrata e consistente venuta di acqua torbida e sabbia, con una portata stimata intorno ai 50 l/sec

-        Luglio 1999: lo scavo della finestra Osteto viene interrotto per l’intercettazione di una cospicua venuta d’acqua; i lavori vengono sospesi

-        Ottobre 1999: terminata la difficoltosa realizzazione della finestra Marzano, iniziano gli scavi dei tratti di galleria da Marzano verso sud e da Marzano verso nord

-        Ottobre 1999 - Marzo 2000: si verificano ulteriori impatti significativi tra i quali Casa d’Erci (alla progressiva 54+112) che approvvigionava l’acquedotto Luco-Grezzano; fenomeni di subsidenza e apertura di crateri in loc. “S. Giorgio” per il rilascio di 120 m/c di materiale alla progressiva 56+960

-        Agosto 2000: viene impattata anche l’importante sorgente “La Rocca”, captata da tempo per l’acquedotto di Scarperia

-        Agosto 2000: il torrente Veccione inizia a presentare i primi segnali di diminuzione di portata

-        Estate 2000: grave impatto progressivo sulla sorgente Frassineta

-        Maggio-Giugno 2001: esaurimento completo della sorgente Frassineta con venute di 200 l/s in galleria alla progressiva 53+826

-        Tarda primavera 2001: il torrente Rampolli fa registrare una significativa perdita di portata a valle delle sorgenti Capannone

-        Luglio 2001: impatto sulla sorgente Badia di Moscheta 2

-        Estate 2001: esaurimento delle sorgenti “I Guazzini” e “Alicelle-Largignana”

-        Novembre 2001: riprende la realizzazione della finestra Osteto secondo un nuovo tracciato che evita l’intercettazione della venuta d’acqua

-        Dicembre 2001: impatto sulla sorgente Badia di Moscheta

-        Giugno 2002: una ulteriore grave intercettazione si verifica con l’approssimarsi della progressiva 53+275: la portata in galleria passa da 130 litri/secondo del maggio 2002 ai 207 litri/secondo di giugno, ai 345 di luglio per poi toccare il massimo assoluto in agosto, quando arriva a toccare i 390 litri/secondo

-        Maggio 2003: la sorgente sulfurea in località “Madonna dei Tre Fiumi” risulta esaurita

-        Maggio 2005: aggravamento impatto fosso Fiorentino (Luco)

 

GALLERIA VAGLIA

-        Primavera 1997: inizio dello scavo della finestra Carlone

-        Giugno 1997: primi impatti sui pozzi Carlone 1 e Carlone 2

-        Marzo 1998: termine della finestra Carlone e inizio dello scavo della galleria da imbocco nord (Casaccia – S. Piero a Sieve) verso Firenze; inizio dello scavo della galleria da finestra Carlone verso Firenze

-        Maggio 1998: inizio dello scavo della galleria da finestra Carlone verso Bologna

-        Primavera-estate 1999: impatti a carico delle sorgenti Pozza, Case Frilli e Mozzete nella zona di Tagliaferro (Comune di San Piero a Sieve); risultano perdite totali di deflusso a carico del torrente Cardetole

-        Agosto 2000: inizio dello scavo del cunicolo di servizio da Sesto Fiorentino

-        Dicembre 2000: impatto sulla sorgente Ginori a Sesto Fiorentino

-        Febbraio 2001: impatto sulla sorgente Fontemezzina a Sesto Fiorentino

-        Febbraio 2001: alla presenza del Presidente Ciampi viene abbattuto il diaframma che separava le due direzioni di scavo; è così realizzato il primo tratto della galleria Vaglia, dall’imbocco nord al Carlone

 

21 Ottobre 2005:  è stato abbattuto l’ultimo diaframma di roccia nella galleria di Vaglia e pertanto lo scavo delle gallerie dell’intera tratta Firenze-Bologna è stato ultimato.

 

 

I PRIMI DANNI

 

Vediamo [...] in dettaglio i primi casi di danno.

Particolare rilievo assumono le essiccazioni delle sorgenti di Bisignano e Castelvecchio, risalenti addirittura al maggio-giugno ’98. Sono significative perché da esse l'Osservatorio Ambientale nazionale istituito presso il Ministero dell'Ambiente ribadisce il dato già acquisito dal Trezzini nel 1998. Infatti nel documento “Interferenze idrogeologiche causate dallo scavo delle gallerie: valutazioni e prescrizioni dell'Osservatorio Ambientale”, del 2.8.'00, si riporta che “... il modello matematico utilizzato da CAVET (2) fino all'aprile 2000 per la previsione degli impatti, si è dimostrato non affidabile alla verifica sul campo (il primo caso è stato quello della sorgente di Castelvecchio, impattata nonostante fosse ben al di fuori della fascia d'influenza ipotizzata)”.

 

Vediamo dunque come gli imputati hanno reagito al fallimento delle loro “non-previsioni”.

Hanno risposto nel peggiore dei modi, ovvero con la fuga dalle loro responsabilità. Cioè con la negazione dell’evento, come fa l’ing. Silva (3) nella nota del 27.1.’99 relativamente all’acquedotto di Castelvecchio e Visignano [...]. Dicendo che non era vero che avevano seccato le sorgenti. Che i monitoraggi (poi vedremo quali), a dispetto dei residenti che dicevano di essere senz’acqua, dicevano che l’acqua c’era ancora (e pare essere ancora una delle tesi difensive). Che le sorgenti ancora buttavano. Comunque se c’era una diminuzione della portata era colpa della siccità (tema anche questo ricorrente questo, da cui si dovrebbe desumere che il Mugello, dal 1998 ad oggi, è stato interessato da una unica perdurante siccità iniziata contestualmente con i lavori Cavet e pare destinata a non interrompersi mai più).

Quindi si nega l’evento, si negano le responsabilità, e passa una logica - vogliamo dire ideologica? - di andare avanti comunque: nel non fornire informazioni, nel non procedere ad una sospensione lavori, nel non fermarsi per un ripensamento generale.

Solo, di riserva, si gioca la carta della transitorietà dell’impatto, come fanno l’ing. Calcerano e Belloni nella riunione presso il Comune di Firenzuola il 16.9.98, laddove affermano senza pudore che tra cinque anni (chissà poi perché cinque, e non tre o sei) la sorgente avrebbe ripreso a buttare. Dal che il sindaco Mascherini, relativamente preveggente, ma soprattutto ironico, risponde secco “Mettiamolo a verbale” [...]. Se lo ricorda anche Micheli.

Teste Micheli Luigi: Salvo in quella occasione prima, appunto, in quella occasione di Castelvecchio, dell'essiccamento delle sorgenti, dove mi chiamò Biagi per...

Pubblico Ministero: Senta una cosa, e visto che lei era presente, non si ricorda mica se era presente qualcuno di Tav, di Cavet, oppure...

Teste Micheli Luigi: Sì, sì, c'erano due tecnici, sicuramente. Ora non ricordo assolutamente il nome. Mi sembra fosse un ingegnere e un geologo, qualcosa... che riproposero un modello, così, di nuovo il modello matematico in quella sede di discussione. Credo, credo, ma non sono sicuro purtroppo, che sarebbe stato un impatto temporaneo. Poi non le ho più viste queste persone.

Si è visto come è andata a finire.

Quindi CAVET si nega anche a provvedere alle opere di mitigazione. Neppure se richiesti ed obbligati dagli eventi. Sempre nella nota citata dell’ing. Silva, da parte di Cavet si respinge ogni accollo per il nuovo acquedotto di Castelvecchio.

Si va dunque avanti con l’arroganza e nel farsi forti di mettere tutti di fronte ad un fatto compiuto e poi si vedrà.

 

L’EVENTO

I DANNI MATERIALI

 

E con questa logica, con questo modo di fare, di danni se ne fanno. Si continuano a fare.

I danni agli equilibri idrogeologici, alle risorse ambientali e alle attività economiche dei territori interessati dalla cantierizzazione TAV per il cosiddetto "quadruplicamento veloce" della tratta ferroviaria Bologna-Firenze nel Mugello e nell'Alto Mugello risultano ampiamente documentati nell'ambito delle attività di sopralluogo, monitoraggio e controllo svolte dall'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT), dall'Azienda Sanitaria Locale, dall'Osservatorio Ambientale nazionale istituito presso il Ministero dell'Ambiente sulla cantierizzazione della tratta TAV Bologna-Firenze, dall’OAL, dalle persone offese escusse, dalle associazioni ambientaliste, dai comitati spontanei, dalle Polizie Municipali locali, dalle consulenze tecniche in atti e, fatto di particolare pregnanza, anche da quelle redatte dai ct nominati dalla difesa e redatte per conto di Cavet.

Tutti danni concreti e materiali. Questi sì, però. dovuti ad una “ideologia”.

L’ideologia che al “progresso” si debba pagare “dazio”. Peccato sia un “dazio” che deve essere pagato dal singolo cittadino e dalla collettività solo per la superficialità di chi dovrebbe invece tutelare cittadini ed ambiente.

Che sia un’ideologia lo si apprezza dai colloqui tra l’imputato dr. Guagnozzi ed il dr. Bechelli (4), responsabile TAV. Il dr. Guagnozzi ed il dr. Bechelli nel corso delle telefonate intercettate bollavano l’attività dei pubblici ministeri, ed in particolare la “questione delle gallerie”, come “ideologica” [...]. Allora siccome Bechelli abbiamo avuto la fortuna, per modo di dire, di averlo qua, io gli domando: “L’ideologia ce la spiega?”. Glissa. Il dottor Bechelli però, laureato in filosofia, di ideologie se ne intende, tant’è vero che non si esime dall’andare all’Università a fare lezioni, raccapriccianti. Abbiamo agli atti la trascrizione della lezione tenuta agli studenti del corso di Politica Economica del Turismo. Uno se la sente e dice: ma in che mondo siamo! Dichiarazioni che fanno accapponare la pelle. Affermazioni che si caratterizzano per il basso livello di consapevolezza, di rispetto istituzionale, di responsabilità di quello che si è, del ruolo di rilievo che si ricopre. Il dr. Bechelli lamenta infatti che i problemi che hanno incontrato nella realizzazione della Firenze-Bologna sono dovuti al fatto che “nessuno oggi si sacrifica per il paese”.

Affermazione quantomeno improvvida. Cioè, secoli di evoluzione degli istituti giuridici e delle forme di governo per creare uno stato di diritto, diritti, doveri, ed il Bechelli svilisce il tutto sostenendo che nessuno è più disposto a dire “Mi sacrifico per il paese”. Non si capisce di cosa parli. E il principio di legalità? Ovvero il principio per il quale la pubblica amministrazione può avvalersi, sì, di poteri di supremazia, ma solo nell’ambito del rispetto della legge, che fine ha fatto? Cioè, domani arriva la terza corsia d’autostrada e mi sfracella il giardino, e non mi sacrifico per il Paese? Forse si ritiene ancora che nei rapporti con lo Stato il cittadino assuma la qualifica di suddito? [...] Il signor Bechelli, ora manager TAV [...], è stato prima consigliere amministrazione dell’ATAF (5), sindaco di un Comune. Sindaco di un Comune. Però forse era al passo coi tempi lui, ed ha un’ideologia moderna. E non so se lo sa, ma glielo spieghiamo, glielo raccontiamo, perché lui applica un principio dell’economia moderna, oggetto degli studi di diritti amministrativo. Lui applica le cosiddette “esternalità negative”. Ce le ricordiamo, le abbiamo accennate. Non sono idee mie: ci mancherebbe che portassi un’idea mia che fosse una in questo processo. È un concetto giuridico-economico. Su questo sono costretto a fare una miserrima lezioncina, ma ha cominciato Bechelli ad andare dagli studenti. Le esternalità negative in generale si verificano quando l’azione di un soggetto causa delle conseguenze positive o negative nella sfera di altri soggetti, senza che a questo corrisponda una compensazione in termini monetari, ovvero venga pagato un prezzo definito attraverso una libera contrattazione di mercato. L’esternalità è quindi l’effetto di una transazione fra due parti, questo ci interessa, che ricade verso una terza persona (soggetto esterno), che però non ha avuto alcun ruolo decisionale nella trattazione stessa, cioè la subisce. Esempio classico di esternalità negativa, proprio di scuola, sono le condotte di chi inquina.

Ed infatti gli economisti ed i giuristi hanno da tempo individuato come per una corretta ed equa allocazione delle risorse economiche sia fondamentale per lo Stato l’esigenza di correggere gli effetti esterni, non solo per considerazioni di “equità” (del tipo “non è giusto che chi inquina non sopporti un costo per i danni provocati”, il che richiede solo un’etica, una morale che lo Stato deve perseguire, ma che a noi non interessa), ma anche e proprio per salvaguardare l’efficienza economica. In altre parole, l’esigenza, il fondamento giustificativo di un intervento pubblico correttivo nei vari settori del mercato, a correzione di eventuali distorsioni nel mercato stesso, deriva da considerazioni di efficienza economica. Questa è la definizione del concetto di esternalità negative. [...] Chi vuole l’efficienza economica, chi vuole stare nel mercato, deve annientare le esternalità negative, non può aspettarsi che altri portino il sacrificio, supportino i costi per un’attività di cui lui è responsabile.

Quindi, non si sa di che cosa si parla. E questo, non perché il Pubblico Ministero si sveglia ed è nervoso, ma perché c’è un intervento pubblico correttivo nei vari settori del mercato a correzione di eventuali distorsioni per considerazioni di efficienza economica.

Ed allora ci ricorderemo che abbiamo detto di uno Stato moderno. Se uno Stato moderno deve essere efficiente, efficace, ma rispettoso anche dei diritti dei cittadini, quindi democratico e trasparente, è compito dello Stato e di ognuno di noi eliminare queste esternalità per conseguire una migliore allocazione.

Quindi, andiamo un pochino sul brutale. Quindi, il vetero-ambientalismo non c’entra niente.

Questo per dire che stiamo parlando di teorie economiche e di diritto attuali.

Ed è successo questo nel nostro caso? No. È successo proprio l’opposto.

E’ una logica vecchia. Questa opera è stata approvata con una logica vecchia: si fa quello che si deve fare e poi i costi cadranno su chi, su chissà quando, chissà per quanto, non ci interessano: andiamo avanti ed a diritto comunque. Ed infatti il dottor Bechelli cerca di creare un alibi ideologico al perché sia giusto scaricare sui cittadini gli effetti negativi delle scelte fatte da altri predeterminati soggetti, tipo Cavet, Tav, Regione, Ministero, senza che questi debbano assumersene la responsabilità e subirne le dovute e necessarie conseguenze. E’ quello del “sacrificarsi per il Paese”. Alibi scarso, in verità. E comunque la dice lunga sul rispetto che si è riservato e si è inteso riconoscere ai diritti dei cittadini, visto che li si accusa di non volersi “sacrificare per il paese”. Insomma, per il Bechelli io direi che le persone offese, le parti civili oggi, insomma, non sono patrioti, sono disfattisti. Sono qua perché sono disfattisti. Perché se si sacrificassero per il Paese, stavano a casa loro tenendosi ciò che era successo.

 

 

(1) L’arch. Gianni Biagi è stato, dal 1994 al 1999, dirigente presso il Dipartimento Trasporti della Regione Toscana, e ha firmato in qualità di responsabile del Servizio Infrastrutture della Regione Toscana la deliberazione di approvazione del progetto esecutivo TAV Firenze-Bologna (Deliberazione N. 03884 del 24/07/1995). Fino al 2000 è stato anche rappresentante della Regione Toscana nell’Osservatorio Ambientale Nazionale sulla tratta TAV Bologna-Firenze. Dal 1 luglio del ’99 è assessore all’Urbanistica (DS) del Comune di Firenze.

(2) CAVET è acronimo di “Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana”, e raggruppa Impregilo S.p.A., CMC-Cooperativa Muratori e Cementisti, FIAT Engineering S.p.A., CRPL-Consorzio Ravennate di Produzione e Lavoro.

(3) L’ing. Carlo Silva è stato Direttore Generale del Consorzio CAVET dal ’98 fino al 28/9/2001, e successivamente consigliere  delegato del  Consorzio CAVET.

(4) Il dr. Gianni Bechelli, dirigente d’azienda, responsabile della TAV SpA di Firenze, è stato sindaco PCI-PDS del Comune di Scandicci (FI) dal 1990 al 1995.

(5) ATAF è oggi acronimo di “Azienda Trasporti dell'Area Fiorentina”, società per azioni dall'inizio del 2001, che gestisce il trasporto pubblico locale a Firenze ed in parte della sua provincia.

 

 

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TRIBUNALE DI FIRENZE

SEZIONE MONOCRATICA

 

DOTT. ALESSANDRO NENCINI        Giudice

 

Procedimento penale n. 535/04 R.G.

 

Udienza del 3 aprile 2008

 

 

 

Requisitoria del Pubblico Ministero dott. Gianni Tei

[Stralcio n. 5]

 

 

“RICORDO BENE CHE ERA UN GIORNO FESTIVO PERCHÉ NON VADO MAI MA ERO ANDATO A MANGIARE UNA PIZZA INSIEME AI PARENTI, MI TELEFONA MIO FRATELLO ALLE DIECI DI SERA, UN GIORNO FESTIVO, DICENDOMI DI STARE ATTENTO A TORNARE A CASA PERCHÉ SI ERANO VERIFICATE DELLE PERDITE D’ACQUA DOVE SI COSTRUIVA LA GALLERIA E ESSENDO LA SERA TARDI, NON SAPENDO ESATTAMENTE DOVE FOSSE RIPORTATO SOPRA IL FRONTE DI SCAVO, CI AVEVANO AVVISATO DI FARE ATTENZIONE PERCHÉ POTEVA MANIFESTARSI QUALCOSA IN SUPERFICIE”...

 

 

Siamo partiti da che cosa è stato approvato. La verità è che una volta decisa la compatibilità economica-politica della tratta Firenze-Bologna, il livello di attenzione ai diritti propri di ciascun privato ed a quelli della intera collettività sotto il profilo ambientale è stato men che basso, diremmo quasi inesistente. Si è fatta una riga su una mappa e si è andati a diritto, con poco rispetto per chi e per quel che c’era prima.

Ovviamente noi qui ci occupiamo solo di ciò che è reato e nel nostro caso quindi dei danni al tessuto idrogeologico.

La risorsa acqua è stata poco o niente considerata. Nei documenti di approvazione in sede di conferenza dei servizi del 1995 si è esplicitamente richiamata solo necessità di salvaguardare gli approvvigionamenti idrici degli acquedotti pubblici. Si è considerata quindi la risorsa acqua solo come “bene economico”. Vedremo poi che non si è riusciti a salvaguardare neppure questo, ma così è. Di tutto il resto, pare questa la filosofia di fondo, in astratto si poteva fare “tabula rasa”.

Dopo oltre tre anni indagini e tre anni di dibattimento non si è ancora capito se CAVET ritenga di essere stata autorizzata in conferenza dei servizi a desertificare il Mugello per un’ampiezza di quattro chilometri a cavallo del tracciato della linea ferroviaria, ovvero due chilometri per parte, e quindi se nel Mugello devono considerarsi fortunati se è successo solo quello che è successo, perché poteva andare anche peggio.

Perché nel momento in cui non elenchi, non indichi, non dici nulla, fai una fascia di possibile impatto e te, con quel foglio, pensi di essere stato autorizzato, noi potevamo prendere una riga di 73 chilometri e moltiplicarla per 4 e ci potevi mettere le palme: eravamo a posto.

[...] Quale fosse il generale livello di attenzione, di sensibilità, di responsabilità degli esecutori dell’opera, lo si ravvisa nel ridicolo depliant tratto dal sito internet della TAV ancora in rete sino al 2004. È quello che indica, tra i miglioramenti ambientali da realizzarsi a corredo delle opere di Alta Velocità, 5 casi specifici tra cui Moscheta, Camaggiore e Moraduccio. A Moscheta, dove hanno seccato la sorgente, gli interventi previsti sono due parcheggi, un sentiero ed un ponticello, servizi igienici ed altri ammennicoli. Per Moraduccio e Camaggiore è prevista in entrambi i casi l’attivazione di un “punto ristoro”.

Facciamo vedere questo documento a Bechelli, per cui gli domandiamo, visto che nessuno si sacrifica per il Paese: che è questa roba? Dice: “No, è un documento quanto meno datato”. Ineffabile!

 

Ed eccoci allora all’elenco dei danni.

Partiamo da questi perché, sennò, non ci sarebbe stato il processo.

Abbiamo detto: diritto penale. Soggetti, condotte, evento, elemento soggettivo. In verità il danno è uno, a formazione progressiva ed ancora in atto. Ora abbiamo l’imputazione che è fino al 2006, ma è in atto: perché è uno solo, perché è il danno alla circolazione idrica superficiale e profonda del Mugello. Tutti quei numeri, tutti quei punti, quelle singole sorgenti, quei singoli fiumi, quei singoli pozzi, quei singoli punti acqua, ogni singolo evento indicato nei capi di imputazione, di fatto non sono altro che un dato sintomatologico. Ma il danno è uno, è comprensivo, è il dissesto complessivamente unitario, dove ogni punto poi ha una sua storia, ma è un sintomo di ciò che sta accadendo. Di fatto l’evento-danno è unico, non ancora giunto ad un nuovo grado di equilibrio e quindi ancora in atto e purtroppo destinato ad aggravarsi. [...] Avremmo potuto parcellizzare, atomizzare questo processo, ma non avrebbe avuto senso. Basti ricordare che il Carza si è definitivamente seccato – ed è in atto - nell’agosto 2007.

Tutt’al più, se vogliamo, possiamo a sua volta suddividere il danno in quattro parti facendo riferimento ai quattro bacini idrografici interessati ovvero:

1)      il bacino del Santerno (sul versante adriatico) di cui fanno parte:

a)      Torrente Diaterna con i suoi affluenti (Diaterna di Castelvecchio, Diaterna di Caburaccia e Diaterna di Valica);

b)     Torrente Rovigo (con il Veccione ed affluenti minori);

c)      Fiume Santerno (con i suoi affluenti Violla e Rio Frena);

2)      il bacino della sinistra della Sieve (sul versante tirrenico)  di cui fanno parte:

a)      Torrente Levisone di Molinuccio;

b)     Torrente Bagnone con i suoi affluenti (Fosso del Mandrio, Bagnoncino, e Fiorentino);

c)      Torrente Bosso (con il Fosso Cannaticce, Fosso Rampolli e Fosso Risolaia);

d)      Torrente Le Cale;

e)      Torrente Ensa (con il Farfereta);

3)      il bacino della destra della Sieve (sul versante tirrenico)  di cui fanno parte:

a)      Torrente Carza con i suoi affluenti (Torrente Carlone, Torrente Carzola e Fosso Cerretana);

b)     Fosso di Cardetole ;

4)      il bacino dell’Arno (sul versante tirrenico)  di cui fanno parte:

a)      Torrente Zambra;

b)     Torrente Rimaggio;

c)      Torrente Terzolle.

Scelga il Giudice.

Però, dico, poco cambia. In questo caso ogni danno sarà il danno alla circolazione idrica superficiale e profonda limitata a quel bacino; ma, anche in questo caso, ogni singolo evento indicato nei capi di imputazione sarà solo una parte di un dissesto più ampio e che va al di là del singolo fatto. Dico questo intanto perché è vero, e poi per la sua valenza in termini di prescrizione. Sarebbe errato giuridicamente, e non corrispondente a quanto emerso nel dibattimento circa la causazione dell’evento di cui stiamo parlando, se volessimo valutare ogni singolo fatto come una monade a sé stante.

Dimostreremo poi, via via, come in effetti i danni e le condotte che li causano siano di fatto ancora in atto e mai cessate dall’inizio della realizzazione di quest’opera.

Parleremo più in dettaglio solo dei principali impatti, anche se ogni punto acqua meriterebbe un capitolo perché racconta sempre una sua storia propria ed umana, e ciò proprio perché l’acqua è un bene prezioso e, soprattutto vitale nel senso termine più proprio della parola. Vitale perché permette, alimenta e sviluppa la vita intorno a sé. Per cui ogni punto veramente meriterebbe una storia, perché abbiamo sentito ogni testimone che aveva una storia personale, familiare. Ma qui dobbiamo andare un po’ per sintesi. Ed il dato di sintesi, comunque, è impressionante.

Secondo i consulenti del Pubblico Ministero sono stati impattati direttamente dai lavori significative aste fluviali con assenza di afflusso nel periodo arido per uno sviluppo di 57,65 chilometri. Tradotto, 57 chilometri di fiumi che d’estate non ci sono. E, voglio dire, che non siano chiacchiere basta vedere quelle fotografie dove c’è l’erba al posto dell’acqua. Sono in atti. Altri 24,35 chilometri di corsi d’acqua presentano un minor afflusso di acque come conseguenza di un impatto indiretto. A questi si devono aggiungere sorgenti impattate in numero non inferiore a 67, a cui si aggiungono  37 pozzi e 5 acquedotti privati.

 

Questi sono i danni. E verifichiamo i più significativi, sempre con quell’ottica che dicevamo prima della cronologia, che segue l’andamento dei lavori, perché ha una doppia valenza: da una parte perché prova l’evento, dall’altra perché ci dà prova della consapevolezza che si è acquisita di volta in volta in relazione ai singoli fatti.

 

 

1) ACQUEDOTTO PRIVATO DI CASTELVECCHIO E VISIGNANO; FOSSO CASTELVECCHIO (LUGLIO 1998) (GALLERIA RATICOSA); SORGENTI CASTELVECCHIO, ESTATE 1998, LE SPUGNE LOC. FOSSA CATERINA.

 

Abbiamo già detto della significatività dell’essiccazione dell’acquedotto di Castelvecchio. L’area è interessata dalle opere del Cantiere T17 relativamente alla galleria Raticosa. Su tali fatti testimoniano il Sindaco Mascherini (1), il geom. Micheli, il dr. Trezzini, A. B. e C. D., E. F., G. I., L. M., N. O., P. Q., R. S. e T. U.. Nello stesso periodo in cui si è seccata la sorgente si sono seccati anche il fosso di Castelvecchio, la sorgente “Le Spugne” in località Fosso Catilina, la sorgente denominata "Fonte del Rullo" posta sul versante opposto al Fosso Catilina sul monte denominato "Monte la Fine", e la sorgente denominata "Valtrosa", ed altra denominata “Valparpano”.

Allo stato, grazie a CAVET, al posto dell’acquedotto privato e delle sorgenti, c’è un acquedotto gestito all'AMI (2) di Imola, con buona pace di chi - da tempo immemore - aveva acqua buona e quasi gratis.

Abbiamo già detto dell’importanza di questo impatto. In verità c’era già stato un impatto serio a Ca’ di Sotto, ma sicuramente quello di Castelvecchio è il primo serio e vero campanello d’allarme. E l’impatto che, anche a voler tutto concedere alla buona fede degli esecutori, dimostrava sin da subito l’inaffidabilità dei progetti, degli studi e delle previsioni.

Teste Micheli Luigi - Cioè, nel senso se, appunto, se quello che stava avvenendo, con i lavori in corso, metteva in evidenza come lo studio d'impatto ambientale all'epoca non aveva previsto questi impatti che poi si sono avverati.

È l’impatto che in ogni caso dimostra come da quel momento non ci potesse più essere la buona fede, visto che non era mai stato esplicitato come possibile e, una volta che comunque si era manifestato, CAVET, a seconda delle evenienze, lo ha negato, minimizzato, quando poi non ha addirittura deciso di contrattaccare con arroganza.  In ogni caso sempre si è fuggiti dalla proprie responsabilità.

[...] Questo impatto [...] coinvolge proprio una delle specifiche caratteristiche, quella indicazione della Conferenza dei Servizi: acque di interesse acquedottistico, acque potabili. Quindi qui non c’è discorsi, spetta nella competenza di CAVET. Era una cosa da evitare, non era il pozzo di uno messo in cima [...]. E’ un acquedotto. Quindi siamo proprio nella previsione. Per questo si muovono tutti: Biagi, Trezzini... Ed il teste Micheli, poveraccio, si trova di fronte ad una cosa che (...) metteva in evidenza come lo studio, l’impatto ambientale all’epoca non aveva previsto questi impatti che poi si sono avverati. E quindi il primo impatto da cui proprio il fallimento delle previsioni era conclamato.

L’impatto a Castelvecchio lo documenta ARPAT (3). Sulla base delle ispezioni condotte dall'ARPAT nel primo semestre del '98, è risultato come i maggiori impatti ambientali sulle acque sotterranee del Mugello connessi all’AV "si sono avuti nel Comune di Firenzuola in prossimità della finestra Rovigo con abbassamento di falda di 13 metri rispetto all'ante-operam e scomparsa di alcune piccole sorgenti”. Sempre nel Comune di Firenzuola, presso la finestra di Castelvecchio, sono state registrate dall'ARPAT venute d'acqua con portate fino a 25 litri al secondo "correlabili al marcato abbassamento della falda (50 metri rispetto all'ante operam - piezometro di controllo) e ad una significativa diminuzione della portata di una sorgente di controllo".

Già nel ‘98 ARPAT e Comune di Firenzuola attestano dunque l’emergenza ambientale nell'area di Castelvecchio, con l’essiccazione di una sorgente privata che alimentava gli abbeveraggi del bestiame al pascolo e, soprattutto, il totale prosciugamento anche della sorgente (da lt. 44/minuto) che alimentava l'acquedotto comunale di Visignano e l'acquedotto privato di Castelvecchio, località che da quel momento si è dovuta rifornire con autobotti non senza difficoltà.

L'ARPAT infine costatava che in alcuni casi la portata delle acque di aggottamento risulta superiore a quanto ipotizzato nello Studio di Impatto Ambientale. E ravvisava la necessità che venisse effettuato un aggiornamento dello studio specifico relativo alle interferenze delle gallerie sulla risorsa idrica sotterranea.

E’ stato fatto qualcosa? No. E siamo nel ’98.

 

 

2) S. GIORGIO

 

Continuiamo, cambiamo zona. Passiamo dunque a S. Giorgio.

La gente comincia a preoccuparsi. Si attivano il Comune di Scarperia, Rodolfi (4), l’OAL. Comincia tutto uno scambio di corrispondenza. Ci sono segnalazioni. Insomma, mandano alla fine Rodolfi (4)a controllare [...]. Dalla "Relazione geologico-ambientale sul movimento franoso verificatosi in data 27.04.'98 in località Pianacci - San Giorgio nel Comune di Scarperia", a firma del prof. Giuliano Rodolfi, si desume che con una lettera del 28.4.’98, il Sindaco del Comune di Scarperia aveva segnalato all’OAL la “presenza di una frana in atto di notevoli proporzioni nel territorio di questo Comune in corrispondenza della finestra denominata S. Giorgio che presuntivamente può essere stata causata dalla perforazione della finestra stessa”. Facendo seguito a tale segnalazione, il prof. Rodolfi effettuava in data 29.4.'98 un sopralluogo preliminare nella località denominata Pianacci -San Giorgio al fine di "verificare le cause dello smottamento che potrebbe anche interessare l'alveo del Torrente Bagnone". Il giorno stesso, il prof. Rodolfi "denunciava al Sindaco lo stato di pericolosità del fenomeno e richiedeva nel contempo che gli fosse messa a disposizione tutta la documentazione progettuale della "finestra". Un secondo sopralluogo, finalizzato ad un rilevamento di dettaglio della situazione, fu effettuato in data 2.05.98. La documentazione richiesta, completa di planimetrie, sezioni e dati stratigrafici e geotecnici, si rese disponibile" soltanto "ai primi di Giugno e fu oggetto di un esame collegiale del Comitato Tecnico-Scientifico (CTS) dell'OAL nella seduta del 9.6.98. Nel frattempo era pervenuta all'OAL la relazione sulla stessa frana (prot. 10526 II HA1) redatta dal Dott. Geol. Stefano Mirri dell'Ufficio del Genio Civile di Firenze. Il CTS ne prese atto e sospese ogni iniziativa in merito, nell'attesa di essere autorizzato dal Sindaco di Scarperia a superare il parere espresso da tale Ufficio, istituzionalmente competente in materia".

Una ulteriore richiesta del Sindaco all'OAL (lettera raccomandata del 23.07.98, prot. 9361) autorizzava definitivamente il dott. Rodolfi nella sua qualità di geologo e di Presidente del CTS a formulare le considerazioni che seguono e che si basavano sulla documentazione messa a disposizione da CAVET e al rilevamento topografico appositamente eseguito dalla struttura tecnica di supporto dell'OAL. Secondo il prof. Rodolfi, “il movimento franoso ha interessato un breve tratto dell’orlo della scarpata, allungata in direzione Nord-Sud, che sovrasta il corso del Torrente Bagnone all’altezza dell’abitato di San Giorgio (…) Nel corso del sopralluogo è stato intervistato il pensionato che curava più o meno giornalmente l’orticello sul ripiano sul quale si è depositato il corpo di frana. A suo dire, da tempo si avvertivano vibrazioni del suolo (…) Si ritiene che la principale causa che ha innescato l’evento franoso risieda nelle sollecitazioni trasmesse a terreni in già precario stato di stabilità, in un primo momento dalle operazioni di scavo della galleria e, poi, dal continuo transito in essa di macchine operatrici o di automezzi pesanti”.

Perché tutta questa attività su S. Giorgio?

Perché il Sindaco e l'OAL si erano attivati sulla base dell'apprensione manifestata da alcuni di agricoltori della zona, dopo le perforazioni eseguite dal CAVET. Si temeva che lo scavo della galleria potesse causare dissesti suscettibili di danneggiare gli immobili, e che con i drenaggi dell'acqua nel sottosuolo i terreni potessero perdere la fertilità dovuta alla presenza dell'acqua anche durante l'estate. Timore confermato dopo un sopralluogo svolto il 28.9.'98 in Località Campagna, all’esito del quale si evidenziava che l’escavazione per il tracciato AV potesse drenare “l’acqua da una grossa sacca dove si trova mista a sabbia, sacca trovata durante le perforazioni effettuate per conto della CAVET”, e che essa potesse “causare dissesti geologici che danneggino gli immobili”.

A S. Giorgio eravamo – perché non lo siamo più  - in presenza di terreni dotati di una particolare fertilità, “dovuta alla presenza del livello della falda d’acqua a poca profondità, condizione che aggiunta alla presenza di un terreno con un’importante percentuale di sabbia nella sua struttura permette di coltivare il mais durante il periodo estivo senza ricorrere a nessun tipo d’irrigazione di soccorso”. Qui, nonostante lo stato di calamità e siccità riconosciuta dalla Regione Toscana per la carenza di pioggia durante il 1998, il mais era rigoglioso e non manifestava di aver subito nessuna crisi idrica. Ci si riferisce, tanto per chiarirsi, al mais del sig. A. C..

Credo che tutti si ricordino la testimonianza del sig. A. C., particolarmente toccante. Nella nostra ignoranza ed insensibilità dovuta al fatto di fare un lavoro diverso da quello dell’agricoltore, noi pubblici ministeri mai avremmo potuto immaginare un amore tale per la terra, per ogni singola zolla.

Teste A. C. - All’inizio del ’99, in particolare intorno ad aprile ’99, noi siamo stati avvisati… ricordo bene che era un giorno festivo perché non vado mai ma ero andato a mangiare una pizza insieme ai parenti, mi telefona mio fratello alle dieci di sera, un giorno festivo, dicendomi di stare attento a tornare a casa perché si erano verificate delle perdite d’acqua dove si costruiva la galleria e essendo la sera tardi, non sapendo esattamente dove fosse riportato sopra il fronte di scavo, ci avevano avvisato di fare attenzione perché poteva manifestarsi qualcosa in superficie.

Cioè, vorrei che ognuno facesse - sennò diventa una litania, diventa veramente una noia - vorrei che ognuno facesse un esercizio di stile, provasse a pensare se fosse successo a lui. Quello sta lì, non so da quanti anni, poi vedremo. A. C. è quello che si va riprendere i primi dieci centimetri della terra, del suo terreno, perché gli voleva tanto bene. Quello sta lì, ti telefonano: “Forse succede qualcosa. Stai a mangiare una pizza? Stai attento quando torni a casa, potresti cadere in una buca”. Non si sa dove, potrebbe succedere qualcosa. È tutto più o meno così. Abbiamo sentito cento testimoni: il livello di informazioni, il livello di attenzione è questo, non è che è un caso eccezionale. Anzi. Ed ormai la gente è abituata a tutto, sostanzialmente quasi sempre se la tiene, è rassegnata. Dice: “Stai attento”.

Teste A. C. - La mattina dopo prontamente subito arrivarono dei tecnici, individuarono dov’era il fronte di scavo, ma successivamente, circa sette giorni dopo, si verificò anche il crollo del terreno, però molto più avanti della strada da dove magari pensavano di essere.

Pubblico Ministero - E’ vostro il terreno?

Teste A. C. - Sì.

Pubblico Ministero - Il vostro terreno è quello coltivato a mais?

Teste A. C. - Quello coltivato a mais.

Pubblico Ministero - Ecco, mi dice che cosa è successo a questo terreno coltivato a mais?

Teste A. C. - Io non sono sufficientemente edotto a dire che cosa è successo sotto il terreno…

Pubblico Ministero - No, cosa ha visto.

Giudice - Sopra, ci dica sopra, che si vedeva.

Teste A. C. -  Sopra il terreno praticamente si è verificato, la prim