Associazione di volontariato Idra

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COMUNICATO STAMPA            Firenze, 12.12.’06

 

MENTRE CLAUDIO MARTINI ASSICURA CHE “L'ALTA VELOCITÀ NON È UN’OPERA DI CUI IL PAESE DOVRÀ VERGOGNARSI” (IN OCCASIONE DELLA VISITA ALLE TRE GALLERIE AMMALORATE IL 28 NOVEMBRE SCORSO)....

 

... SI APRE PRESSO IL TRIBUNALE DI FIRENZE UN ENNESIMO TRONCONE DEL PROCESSO TAV:

REATI  REITERATI !

 

NONOSTANTE IL SEQUESTRO DEI CANTIERI NEL 2001 E ANCHE DOPO IL RINVIO A GIUDIZIO NEL 2003, I COSTRUTTORI DELLA TRATTA ALTA VELOCITÀ FIRENZE-BOLOGNA AVREBBERO CONTINUATO A DELINQUERE: QUESTA L’ACCUSA DEL PUBBLICO MINISTERO.

 

SI ESTENDE E SI AGGRAVA L’ELENCO DEI DANNI AMBIENTALI IMPUTATI ALLE ATTIVITÀ DI CANTIERE EFFETTUATE DAL CAVET E DALLE ALTRE IMPRESE APPALTATRICI.

 

Parte civile nel mega-processo penale in corso dal febbraio 2004 presso il Tribunale di Firenze per i reati imputati alla cantierizzazione TAV fra Firenze e Bologna, l’associazione ecologista fiorentina Idra si costituisce anche nel nuovo troncone del procedimento.

Il pubblico ministero contesta ai 59 imputati la reiterazione di una quantità industriale di reati, descritti in 220 pagine di relazione. Sarebbero stati commessi negli anni successivi al sequestro dei cantieri ordinato dalla magistratura fiorentina nel giugno 2001, e sarebbero ancora in atto – in buona parte – alla data del deposito della nuova contestazione (avvenuto nel corso dell’udienza del 2 luglio 2006). Mentre si istruiva e si celebrava il processo, è la tesi dall’accusa, si sarebbe continuato dunque senza sosta a delinquere.

La reiterazione dei reati, se verificata, produrrà un’importante conseguenza: si protrarranno i termini della loro prescrizione.

 

Drammatico l’aggiornamento delle cifre che derivano da questo filone dell’inchiesta.

Un esempio per tutti. Agli imputati si contesta di “avere con condotte permanenti e continuative nel tempo, in concorso tra loro e con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso ...” provocato un “danno alle fonti idriche superficiali e sotterranee per depauperamento della portata o prosciugamento o essiccamento”, nella seguente misura:

-         73 sorgenti (all’apertura del processo, nel febbraio 2004, erano 51);

-         45 pozzi (erano 28);

-         5 acquedotti (erano 2);

-         20 fiumi, torrenti e fossi (erano 17).

 

Ma l’impatto ha riguardato anche “acque sotterranee di falda di formazione almeno cinquantennale di provenienza allo stato ignota e comunque diverse da quella dei punti sopra indicati”, come risulta dagli ‘inquietanti’ risultati degli studi condotti dall’ARPAT e dal CNR di Pisa sulle cosiddette ‘acque fossili’ intercettate dagli scavi.

 

Il volume drenato è cresciuto in maniera esponenziale: secondo l’accusa, si tratta di “non meno di 150 milioni di metri cubi di acqua nel territorio della Comunità Montana del Mugello” (all’apertura del processo, nel febbraio 2004, risultavano essere 45!). Non risulterebbero peraltro incluse, nel computo, le perdite legate alla cantierizzazione di Monte Morello nel comune di Sesto Fiorentino.

 

Secondo l’accusa [nostri i grassetti], la circostanza di aver prosciugato o comunque disperso le acque di fiumi, torrenti, sorgenti, pozzi e acquedotti “limitandone le portate e pregiudicando anche in modo irreversibile il loro utilizzo sia in relazione all’approvvigionamento idrico di acque potabili, sia in relazione ad ogni altro uso antropico, sia economico che di svago che, infine, alle funzioni proprie negli ecosistemi locali e ciò in difetto di previe specifiche richieste alle autorità competenti e quindi in difetto delle relative autorizzazioni” si è verificata:

 

-         “avendo prima avviato i lavori in assenza di più approfondite valutazioni geologiche utili ad accertare le caratteristiche di ogni singolo tratto del tracciato ed il conseguente impatto idrogeologico;

 

-         per averli proseguiti sulla scorta degli studi idrogeologici di cui sopra già valutati dalle amministrazioni competenti inidonei e nonostante non fossero ancora stati conclusi e definiti nuovi e più adeguati studi sugli effetti derivanti dall’impatto idrogeologico dell’opera (...);

 

-         omettendo ogni conseguente cautela ed anzi eseguendo i lavori di scavo e costruzione tra cui necessariamente quelli delle gallerie Firenzuola, Vaglia e Marzano con drenaggio incontrollato anziché con drenaggio controllato laddove possibile o impermeabilizzazione; misure di prevenzione e riduttive dell’impatto sulle falde e doverose nonché tecnicamente praticabili e difatti successivamente adottate in parte;

 

-         avendo proseguito i lavori nonostante già, e quantomeno dal 16.9.1998, fosse ulteriormente evidente che le previsioni di progetto di impatto idrogeologico redatte sulla base del modello matematico “Federico” non fossero idonee ed adeguate, essendo già manifeste ed accertate interazioni, non attese e previste, dei lavori in corso su falde acquifere ed acquedotti privati non monitorati (tra cui necessariamente quello di Castelvecchio) ed anche a distanza maggiore di quella di m. 300 aprioristicamente valutata e considerata come fascia di possibile impatto;

 

-         avendo omesso di sospendere i lavori dell’opera prendendo atto di quanto sopra e ciò al fine di predisporre codici di scavo atti a prevenire o limitare venute di acqua e comunque per predisporre e adottare provvedimenti di mitigazione necessari sia nella contingenza dei lavori che a regime;

 

-         avendo omesso di monitorare adeguatamente alvei, sorgenti, pozzi e piezometri e per non aver inviato i dati relativi alle autorità competenti, sino ad almeno il febbraio 2002 al fine di conoscere, prevenire, evitare, ridurre o mitigare intercettazioni e dispersioni di acqua;

 

-         per aver omesso di adottare cautele e precauzioni e provvedimenti tali da mantenere quanto meno il deflusso minimo vitale, di cui alla legge n. 183/1989 e successive modifiche, nei fiumi, torrenti e fossi sopra indicati;

 

-         per aver provocato la venuta d’acqua nella galleria di Firenzuola nel marzo 2000, con conseguente drenaggio incontrollato dell’acqua di falda, imponendo l’intervento del sindaco di Borgo S. Lorenzo, che emanava ordinanza di blocco lavori in data 15.3.’00, e ciò nonostante che il pericolo fosse noto in quanto segnalato da Arpat e O.A.L. all’ente esecutore dei lavori (venuta d’acqua e drenaggio causa della essiccazione delle sorgenti di Case d’Erci e dell’acquedotto di Luco e Grezzano, della sorgente Frassineta e della sorgente La Rocca”.

 

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